Ora il calcio potrebbe fare da apripista per la svolta professionistica per le atlete. «Al di là del risultato finale nella Coppa del Mondo, che ovviamente ci auguriamo sia il migliore di sempre - ha dichiarato Gravina - l’apprezzamento e il consenso trasversali che le ragazze Mondiali si sono sapute meritare andrebbe adesso accompagnato da un progetto che individui l’equilibrio tra un nuovo status lavorativo, che tutto il movimento femminile giustamente rivendica, e le note criticità economiche che stanno già condizionando negativamente il sistema professionistico di base».
Negli ultimi decenni il calcio femminile in Italia è stato sostenuto soprattutto da associazioni sportive dilettantistiche, che hanno risorse finanziarie limitate e oggi si trovano a giocare un campionato con i grandi club italiani. Questi ultimi (come Juventus, Milan, Roma, Fiorentina, etc) hanno dovuto costituire un proprio settore femminile recependo una decisione della Figc che lo imponeva come condizione per l’ottenimento della licenza nazionale. «Da questa riforma e dalla riorganizzazione dei campionati di serie A e di B da parte della Figc, oggi il campionato italiano è certamente più competitivo e attrattivo anche per tv e sponsor. Campionati che vedono affrontarsi club professionistici come Juventus e Milan con realtà, che storicamente hanno sostenuto il calcio femminile, ma che a lungo andare potrebbero essere in difficoltà a sostenere costi come i grandi club» osserva Messina, che aggiunge: «L’inquadramento come professioniste delle calciatrici deve ora avvenire con una riforma ad hoc e graduale che permetta al movimento femminile un pieno sviluppo e soprattutto una piena sostenibilità».
Su questo il presidente Gravina è stato chiaro: « In tempi non sospetti abbiamo suggerito una proposta che consentirebbe alle società di calcio femminile, così come per il primo livello del professionismo maschile, di attutire l’impatto dei costi del professionismo, beneficiando di un credito d’imposta da reinvestire nel settore giovanile e nelle infrastrutture. Solo così, infatti, si creerebbero le
giuste condizioni per riconoscere alle calciatrici tutti i vantaggi del professionismo senza arrestare lo sviluppo di questa splendida disciplina, liberando risorse importanti per stabilizzare la crescita che è sotto gli occhi di tutti. Il calcio femminile ha conquistato il cuore degli italiani e si è meritato questo provvedimento, per le ragazze che lo praticano ad alti livelli e per l'intero movimento che è in forte espansione».
I “contratti” da dilettanti delle calciatrici italiane
Le giocatrici italiane non hanno quindi contratti di lavoro, accordi collettivi, trattamenti previdenziali e assicurativi e sono sottoposte al vincolo sportivo fino al 25esimo anno di età (abolito nel 1995 per gli sportivi professionisti) . «Analizzando più nel dettaglio il contratto che lega le calciatrici ai club, possiamo notare come questo sia definito “accordo economico” , cioé una scrittura privata redatta su modulo federale che disciplina il rapporto tra le parti e il trattamento economico delle calciatrici. Dall’anno scorso, proprio per cercare di venire sempre più incontro alle esigenze sia del club che delle calciatrici, l’articolo delle Norme Organizzative Interne Figc (che regolano gli accordi) è stato modificato garantendo alle giocatrici ulteriori bonus cumulativi oltre al tetto massimo di compenso di 30.658,00 euro annui previsto per loro» sottolinea Messina. Nel dettaglio i club di calcio possono corrispondere alle atlete indennità di trasferta e rimborsi forfettari, voci premiali e un ulteriore bonus per la sottoscrizione di accordo pluriennale.