Maternità

Gravidanza, aumentano i casi di conservazione degli ovociti

La conservazione degli ovociti è già disponibile anche in Italia nei centri di Pma di secondo e terzo livello accreditati

di Ilaria Potenza

6' di lettura

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Una persona su sei nel mondo non è fertile. La percentuale emerge dal report dell’Organizzazione mondiale della sanità condotto tra il 1990 e il 2021. La maggior parte dei dati analizzati considera tuttavia esclusivamente l’infertilità delle donne. Sono pochi quelli che esaminano uomini o le coppie nel loro insieme.

Tra le cause più ricorrenti gli esperti concordano sull’influenza di nuovi stili di vita, inquinamento ambientale e aumento dell’età del progetto genitoriale. In questo contesto, la possibilità di differire nel tempo la maternità era già stata garantita dalla contraccezione, che ha permesso alle donne di esercitare una maggiore autonomia rispetto alle proprie scelte riproduttive, tracciando cambiamenti profondi sul piano socioculturale nell’affermazione dei diritti civili e nella riduzione delle diseguaglianze di genere. Ma esistono anche metodi per preservare in modo programmato la propria capacità riproduttiva, andando oltre la perdita incidentale o naturale della fertilità.

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La crioconservazione degli ovociti

La crioconservazione degli ovociti è una delle frontiere più recenti tra le tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma) e permette alle donne di conservare i propri ovociti se una patologia, o il fisiologico declino della fertilità, dovesse condizionare il concepimento di un figlio.

Eppure, anche se la prima gravidanza da un ovocita congelato risale al 1986, solo negli ultimi anni l’uso di questa tecnica ha cominciato a diffondersi. E i motivi principali sono due. Il primo è stato lo sviluppo della “vitrificazione”, un metodo ultrarapido di congelamento che ha migliorato il successo della Pma, diminuendo il numero di ovociti necessari per avere una buona probabilità di procreazione. La seconda ragione sta nella diffusione degli studi scientifici in merito alla sicurezza, al rischio e all’efficacia di queste tecniche.

Tra Stati Uniti ed Europa

Nel 2012 l’American Society for Reproductive Medicine (Asrm) ha dichiarato che, in base alle evidenze disponibili, la criopreservazione degli ovociti non andava più considerata una “tecnica sperimentale”. La raccomandazione allora era di limitare l’uso solo alle donne che stavano per sottoporsi a terapie mediche che avrebbero potuto comprometterne la fertilità, come la chemioterapia o la radioterapia per la cura dei tumori. Nel 2014 la Asrm ha però rivisto questa sua posizione alla luce di ulteriori studi, arrivando a definire la criopreservazione degli ovociti come una tecnica standard «al servizio di tutte le donne che vogliono provare a proteggersi da una futura infertilità a causa dell’invecchiamento riproduttivo o di altre cause». Secondo uno studio, tra il 2019 e il 2021, solo negli Stati Uniti il ricorso a questa tecnica è aumentato del 39%.

Negli stessi anni anche la European society for human reproduction and embryology (Eshre) ha approvato l’uso della conservazione pianificazione degli ovociti per la preservazione della fertilità. Da quel momento l’offerta di servizi pubblici e privati per la conservazione degli ovociti è cresciuta in modo esponenziale.

La conservazione degli ovociti è già disponibile anche in Italia nei centri di Pma di secondo e terzo livello accreditati presso il Servizio sanitario nazionale e presso diverse strutture private. La tecnica consiste nel prelevare gli ovuli (pick up) dopo stimolazione ovarica con farmaci contenenti gonadotropine che poi vengono conservati a temperature molto basse in azoto liquido in apposite biobanche. Dopo anni possono essere scongelati e utilizzati per le tecniche di procreazione medicalmente assistita.

Il progresso in campo oncologico è stato uno dei fattori decisivi per lo sviluppo di tecniche sempre più efficienti di conservazione degli ovociti. Grazie alla ricerca scientifica, infatti, negli ultimi anni la sopravvivenza dopo una diagnosi di tumore è migliorata significativamente. Per alcune neoplasie, come il tumore al seno, la percentuale di persone in vita a cinque anni da una diagnosi precoce sfiora il 90%. Sia la radioterapia che la chemioterapia sono però terapie potenzialmente gonadotossiche che possono danneggiare le ovaie. Per questo oggi le donne in età fertile possono sottoporsi al prelievo degli ovociti per conservarli ed eventualmente utilizzarli, se lo desiderano, dopo aver completato il ciclo di cure.

“Eggs freezing”, quando conservare gli ovociti

I tumori non sono però le uniche malattie per cui si ricorre a terapie salvavita potenzialmente tossiche per gli organi riproduttivi. Alcune patologie autoimmuni o del sangue come l’artrite reumatoide, il lupus, la dermatomiosite, l’anemia emolitica e la trombocitopenia autoimmuni richiedono di sottoporsi a cicli di chemioterapia e, pertanto, presentano gli stessi rischi per la fertilità delle terapie oncologiche. In questo senso, la sola esistenza della possibilità di conservare gli ovociti rappresenta un sostegno concreto sul piano esistenziale, psicologico ed emotivo per chi riceve una diagnosi. Ancora poco diffuso, ma non per questo meno importante, è poi il ricorso alla conservazione degli ovociti a causa di patologie non fatali ma che possono comunque compromettere la fertilità come l’endometriosi, una patologia ginecologica cronica legata alla presenza di tessuto endometriale al di fuori dell’utero, che colpisce circa il 15% delle donne.

Accanto a queste motivazioni legate a una patologia diagnosticata, la conservazione degli ovociti offre la possibilità di posticipare la maternità anche per altre motivazioni, come il raggiungimento di una stabilità a livello professionale o economico.

Crioconservazione e disparità di accesso

Esiste tuttavia una disparità di accesso a queste tecniche. Il costo delle procedure varia da struttura a struttura, ma si attesta tra i 2 e i 5 mila euro. In Italia la procedura è gratuita per le donne che hanno meno di 40 anni e ricevono una diagnosi di tumore. Ci sono però altre patologie che attualmente non danno diritto a ottenere alcun rimborso da parte del Servizio sanitario nazionale. Tra queste c’è proprio l’ endometriosi .

L’esperienza italiana

Il primo congelamento dei gameti femminili risale al 1986 e proprio l’Italia, con il Policlinico Sant’Orsola di Bologna, ha rivestito un ruolo pionieristico in materia di preservazione della fertilità. Dal 1996 l’equipe della professoressa Eleonora Porcu, ginecologa e già direttrice della struttura bolognese “Infertilità e procreazione medicalmente assistita”, ha iniziato a sperimentare la tecnica di crioconservazione degli ovociti: «La prima gravidanza in assoluto è stata ottenuta nel 1986 in Australia, ma noi siamo stati i primi ad applicare la tecnica con continuità per le pazienti oncologiche. Fino ad allora si pensava che fosse inutile congelare gli ovociti, ma le donne colpite dal cancro non avevano alternative».

I risultati raccontati dalla professoressa Porcu coprono circa 25 anni di attività del Policlinico Sant’Orsola in termini di preservazione della fertilità nelle pazienti affette da tumori. Questi dati sono diventati poi uno studio pubblicato nel 2022 su Cancers dove per la prima volta sono stati riportati una casistica ampia e informazioni sulla crescita e lo sviluppo a medio termine dei bambini nati con questa tecnica. «Sono storie a lieto fine di figli che, se non si fosse provveduto a mettere gli ovociti al sicuro sotto azoto liquido, non sarebbero mai venuti al mondo» dice Eleonora Porcu.

Lo studio ha analizzato la storia di 508 pazienti con diagnosi di neoplasie principalmente mammarie, ginecologiche e ematologiche che tra il 1996 e il 2021 hanno scelto di congelare i propri ovociti prima di iniziare i trattamenti anti-tumorali, comparandoli con quelli di 1.042 donne che, nello stesso periodo di tempo, hanno fatto ricorso alla procreazione medicalmente assistita per infertilità derivate da altre cause.

Nel dettaglio, delle 432 pazienti oncologiche che hanno completato il follow-up, 156 sono andate incontro a insufficienza ovarica prematura. Di queste, 44 una volta guarite hanno cercato una gravidanza attraverso l’utilizzo degli ovociti precedentemente crioconservati: su un totale di 194 ovociti scongelati, ben 157 sono sopravvissuti (l’80%) permettendo di ottenere 18 gravidanze, 15 delle quali portate a termine con successo.

«Questa tecnica è più efficace rispetto alle altre di procreazione medicalmente assistita non soltanto in termini di successo, e i risultati parlano chiaro, ma anche perché gli embrioni in questo caso non sono fecondati da semi donatori - spiega la professoressa Porcu - e quindi da padri sconosciuti, ma si tratta di ovociti che si potranno fecondare a distanza di anni quando si troverà il partner della propria vita. Questa procedura mette insomma la donna al centro».

Gli ovociti possono infatti essere conservati anche per decenni, a patto che vengano rispettate tutte le indicazioni per il loro congelamento. Il passaggio in azoto liquido portato a temperature bassissime è di fatto indispensabile per la riuscita della procedura, che non può permettersi sbavature.

«La fertilità deve essere considerata un desiderio di riproduzione e non un’imposizione - conclude Eleonora Porcu - anche la politica deve tenerne conto per supportare il percorso riproduttivo di tutte le donne».

Dalla nascita della prima bambina concepita con la fecondazione in vitro, milioni di bambini e bambine sono dunque nate grazie ai progressi della medicina riproduttiva. Garantire a tutti gli stessi diritti di accesso a questa procedura sul territorio nazionale è un inizio, ma resta molto da fare anche sul piano della divulgazione e dell’impegno a sostegno della ricerca scientifica. Promuovere una migliore conoscenza dei profili di sicurezza, del rischio e dell’efficacia di queste tecniche significa compiere un passo importante a tutela della libertà di scelta di diventare genitori.

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