Salute

Grandi ustioni, cure d’avanguardia in pochi Paesi Ue: gli altri restano indietro

Mentre in Austria, Italia e Spagna le reti per grandi ustionati garantiscono cure specialistiche e bassi tassi di mortalità, in molti Paesi europei i pazienti continuano a essere trasferiti all’estero per mancanza di strutture adeguate e personale formato

di Silvia Martelli

Horrible burns on female hand isolated on white

5' di lettura

English Version

5' di lettura

English Version

Dieci anni dopo l’incendio del club Colectiv di Bucarest, che il 30 ottobre 2015 uccise 65 persone e lasciò un segno indelebile nella memoria collettiva del Paese, la Romania non ha ancora un centro pienamente operativo per il trattamento dei grandi ustionati. È un ritardo che pesa non solo in termini simbolici ma anche pratici: ogni anno circa 10mila persone si presentano nei pronto soccorso del Paese con ustioni di varia gravità, 4mila vengono ricoverate, e circa 1500 necessitano di cure complesse e prolungate.

Il trauma del Colectiv e la scia di errori

Nella notte del 30 ottobre 2015, 26 persone morirono all’interno del club Colectiv, una durante il trasporto in ospedale e altre 38 nei giorni e nelle settimane successive. Le autorità assicuravano allora di avere “tutto il necessario” per curare i feriti, ma la realtà dei reparti ospedalieri smentì rapidamente le dichiarazioni ufficiali. Mancavano posti in terapia intensiva, attrezzature, competenze specifiche, e soprattutto condizioni igieniche adeguate.

Loading...

Dei 33 sopravvissuti iniziali poi deceduti nei mesi seguenti, 23 risultavano affetti da infezioni nosocomiali multi-resistenti (infezioni acquisite durante la degenza ospedaliera, provocate da batteri resistenti ai più comuni antibiotici). È un dettaglio che, più di ogni altro, sintetizza la distanza tra la retorica politica e la realtà sanitaria del Paese.

Dieci anni dopo, poco sembra essere cambiato. Nell’estate del 2025, una giovane donna con ustioni sul 70% del corpo, ricoverata per 53 giorni nell’unico centro formalmente autorizzato a trattare grandi ustioni — quello dell’ospedale Floreasca di Bucarest — è stata trasferita in Belgio. Lì, i medici del centro di Charleroi hanno scoperto che la paziente era infetta da Candida auris, un fungo ospedaliero altamente resistente, definito dai sanitari belgi “la peste”. L’episodio ha spinto il nuovo ministro della Salute, Alexandru Rogobete, a chiudere il centro e a disporne la ristrutturazione, declassandolo a unità per ustioni di media gravità.

Dieci anni di promesse e cantieri

La costruzione di veri centri per grandi ustioni in Romania era stata annunciata già nel 2014, un anno prima del Colectiv. Erano previsti quattro ospedali specializzati: due a Bucarest, uno a Timișoara e uno a Târgu Mureș. Per quasi sette anni non si è mosso nulla. Solo nel 2022, grazie a un prestito della Banca Mondiale, i lavori sono ripartiti. Oggi, tre centri sono in costruzione — a Timișoara, Târgu Mureș e Bucarest (quest’ultimo dedicato ai bambini).

Il ministro Rogobete sostiene che, una volta completati, la Romania potrà “ridurre del 95%” i trasferimenti di pazienti all’estero. Ma anche in questo caso gli esperti restano cauti. Monica Althamer, ex sottosegretaria alla Sanità e una delle voci più ascoltate tra i sopravvissuti del Colectiv, ha detto che “la Romania non avrà mai abbastanza posti letto per il numero di ustionati che produce ogni anno”. Per Althamer, il problema non è solo infrastrutturale: “Bisogna investire in prevenzione, educazione pubblica e formazione dei medici. Ogni anno abbiamo casi di adolescenti folgorati sui treni per una foto o un video. È un fallimento culturale, non solo sanitario”.

Un’Europa a due velocità

Se si guarda oltre i confini romeni, il contrasto è evidente. In Austria, il principale centro per grandi ustioni si trova all’ospedale generale di Vienna (AKH), una delle strutture più avanzate d’Europa. Qui, una unità di terapia intensiva con sei posti letto è dedicata esclusivamente ai pazienti ustionati gravi, e il Paese dispone di una rete di reparti specializzati anche a Graz e Innsbruck. Non si registrano casi di pazienti austriaci trasferiti all’estero; al contrario, l’Austria accoglie pazienti di altri Paesi, come è avvenuto dopo l’incendio di Skopje nel marzo 2025, quando sei feriti sono stati curati tra Vienna e Graz.

In Croazia, la situazione è simile. I casi più gravi vengono trattati a Zagabria, nell’ospedale KBC Sestre milosrdnice, dove è attiva una banca dei tessuti in grado di coltivare pelle umana, una risorsa unica nei Balcani. L’esperienza deriva dalla tragedia di Kornati del 2007, in cui morirono dodici vigili del fuoco. Anche i bambini con ustioni gravi vengono curati a livello nazionale, in reparti pediatrici altamente specializzati.

La Bulgaria dispone invece di un centro di riferimento a Sofia, nel complesso ospedaliero “Pirogov”, che tratta oltre 3 mila pazienti l’anno. Il reparto comprende 30 letti per adulti, 15 per bambini, sale operatorie dedicate e un’équipe multidisciplinare di 127 persone. Anche in questo caso, le ustioni più gravi restano nel Paese e vengono gestite internamente; anzi, la Bulgaria ha accolto diversi feriti dall’incendio di Kochani, in Macedonia del Nord. Secondo la professoressa Maya Argirova, direttrice del reparto, “nelle ustioni che coinvolgono oltre il 20–30% del corpo, quasi tutti i pazienti sviluppano infezioni batteriche, ma l’uso di antisettici moderni e medicazioni a base d’argento riduce i rischi e il dolore”.

In Italia, la rete è tra le più complete d’Europa: diciassette ospedali regionali ospitano unità dedicate, con un totale di 162 posti letto — 149 per adulti e 13 per bambini. Le strutture sono distribuite uniformemente da Torino a Palermo, e il tasso di mortalità per ustioni gravi si ferma al 5,3%. Non si segnalano scandali legati a infezioni nosocomiali e, in caso di emergenze, le strutture italiane hanno accolto anche pazienti stranieri, come ucraini e albanesi. Tuttavia, la Società Italiana Ustioni (SIUST) ha avvertito che, in caso di incidente di massa con 35 ustionati gravi, sarebbero immediatamente disponibili solo sei posti in terapia intensiva in tutta Italia: il sistema funziona, ma resta fragile di fronte a catastrofi di larga scala.

In Grecia, il sistema è più disomogeneo. Quattro sono le unità attive, ma le più attrezzate si trovano ad Atene (ospedale G. Gennimatas) e a Salonicco (G. Papanikolaou). L’incendio del 2018 a Mati, che causò 104 morti, di cui 17 per ustioni, rivelò le lacune del sistema: non tanto nella risposta clinica immediata, quanto nella mancanza di una strategia nazionale per la gestione dei grandi ustionati. Da quella tragedia è nata l’associazione SALVIA, che ha promosso la creazione di un Registro Nazionale delle Ustioni e di una Giornata per la prevenzione. Nonostante i progressi, il Piano d’Azione Nazionale non è stato formalmente adottato.

La Spagna rappresenta invece un modello consolidato. Secondo un rapporto della Fundación Mapfre, ogni anno si registrano oltre 1.300 ricoveri per ustioni — circa tre o quattro al giorno — e tra 50 e 80 decessi. Il sistema sanitario nazionale dispone di sette centri di riferimento per i casi critici, situati in tutte le grandi aree metropolitane: Barcellona, Madrid, Siviglia, Valencia, A Coruña e Saragozza. A questi si aggiungono reparti specializzati in altre città, come Bilbao e Alicante, che assicurano una copertura omogenea.

Gli accordi romeni con gli altri Paesi

Nel panorama europeo, la Romania resta un’eccezione negativa. Dopo il Colectiv, il Paese ha istituito nel 2019 un meccanismo per il trasferimento dei pazienti gravi all’estero, attraverso accordi con Belgio, Germania e Austria. Da allora, cento romeni con ustioni estese sono stati curati fuori dai confini nazionali. È un paradosso amaro per un Paese membro dell’Unione Europea, dove l’accesso alle cure dovrebbe essere garantito internamente.

Nel frattempo, il centro di Floreasca, che nel 2022 era stato classificato come “grandi ustioni”, è stato chiuso dopo il caso di Candida auris. La Romania, dunque, si trova nel 2025 nella stessa posizione di dieci anni fa: senza strutture adeguate, con personale formato ma non ancora operativo, e con promesse politiche che si ripetono ciclicamente.

Come ha ammesso lo stesso ministro Rogobete: “Non esiste alcuna giustificazione per il ritardo. Per troppo tempo abbiamo solo parlato.”

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di Kim Son Hoang (Der Standard, Austria), Marina Kelava (H-Alter.org, Croazia), Martina Bozukova (Mediapool.bg, Bulgaria), Kostas Zafeiropoulos (EfSyn, Grecia), Laura Camacho (El Confidencial, Spagna) e Alina Neagu (HotNews, Romania).

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti