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Impara l’arte
Tre articoli in anteprima dalla domenica del Sole24ore presentati da Stefano Salis
Ascoltalo oradi Enrico Netti
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«Lo tsunami dell’aumento dei costi energetici è arrivato ed è fino a troppo facile prevedere un autunno rovente all’insegna dell’austerity, con un’impennata ulteriore dei prezzi dei prodotti alimentari e molti fallimenti per le catene di supermercati». È l’allarme che lancia Giorgio Santambrogio, iamministratore delegato di Gruppo VéGé e vicepresidente di Federdistribuzione, l’associazione che rappresenta oltre 16mila punti vendita della distribuzione moderna alimentare e non, vede nero sia per il futuro delle imprese del retail sia per i milioni di italiani che vanno a fare la spesa. «Sono drammaticamente e seriamente preoccupato per la sorte di molte insegne della distribuzione moderna, sia che si tratti di grandi supermercati che di piccoli negozi di quartiere e discount. Non ce la fanno più» incalza Santambrogio.
Vicepresidente cosa sta accadendo?
L’ultima impennata del prezzo del gas è la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Negli ultimi mesi tutta la distribuzione ha sofferto ed eroso i propri margini per contenere l’aumento dei prezzi pur di non scaricare sulle famiglie i rincari. Ma oggi non riusciamo più a contenere nulla.
Le insegne non riescono più a fare fronte agli aumenti dei costi energetici?
Esatto. Qualche giorno fa Giovanni Arena, presidente di Gruppo VéGé, mi ha comunicato che sebbene avesse previsto di mettere a budget un raddoppio dei costi energetici per i propri negozi ha scoperto che la realtà delle ultime due bollette gli ha trasferito un dato che ha superato di tre volte il costo preventivato. La bolletta di luglio è stata addirittura il doppio di quella di giugno. Un supermercato che pagava 8mila euro al mese arriva ora a pagarne 30mila. Prima il costo dell’energia incideva per circa l’1,5% del fatturato. Nel primo semestre 2022 siamo al 3,2% e tendenzialmente si potrebbe arrivare ad un’insostenibile soglia del 5%. Questi sono margini che non esistono nei conti economici di nessuna delle imprese della Gdo. È giusto che lo sappiano i decisori pubblici. Ricordo che la distribuzione moderna rappresenta un sostegno occupazionale per almeno 410mila famiglie.