Elezioni europee

Grabbe (Bruegel): «Se la destra populista vince, dovrà cambiare approccio per contare»

Per pesare, i partiti radicali dovranno essere capaci di unire le forze ed essere più coinvolti nell’attivit legislativa del Parlamento Ue

dal nostro inviato Michele Pignatelli

3' di lettura

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BRUXELLES La valanga di destra è ancora da dimostrare, vista la particolarità del voto europeo. Ma, soprattutto, sarà da valutare la capacità di pesare di questi partiti sull’attività legislativa futura del Parlamento. A sostenerlo, in un’intervista al Sole 24 Ore, è Heather Grabbe, senior fellow del think tank politico-economico Bruegel.

Molti commentatori hanno definito queste elezioni le più importanti nella storia dell’Unione europea. Concorda?

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Dipende dai risultati. Vediamo quanto i partiti populisti, la destra radicale, traducono effettivamente la copertura mediatica in guadagno elettorale. Le elezioni per l’Europarlamento sono più imprevedibili di quelle nazionali, perché gli elettori le considerano elezioni di secondo ordine, come le definiscono i politologi, in un certo senso elezioni parallele in cui gli elettori votano più su questioni interne che europee e tendono a penalizzare i partiti al potere. Ma non sono del tutto convinta che le cose andranno così, perché potremmo assistere a un voto di protesta frammentato, distribuito tra un’ampia gamma di partiti.

In che misura l’affluenza alle urne inciderà sui risultati?

Credo che sarà il fattore determinante per il successo dei partiti di centro rispetto a quelli più estremi. Le elezioni del 2019 sono state storiche perché l’affluenza è aumentata per la prima volta dalla nascita del Parlamento europeo; dopo un trend di partecipazione sempre in calo, fino al 42% del 2014, l’affluenza finalmente è risalita fino a superare il 50 per cento. E questo grazie soprattutto al voto dei giovani, tra i 18 e i 30 anni, mobilitati dai temi ambientali. Ed è questo che ha portato all’onda verde. La partecipazione giovanile pesa anche in prospettiva, perché se i più giovani votano, tendenzialmente continueranno a farlo. A rendere importante l’affluenza, risultati a parte, è la legittimazione democratica: è difficile che il Parlamento si definisca la voce del popolo con una partecipazione del 42 per cento.

Crede che la cosiddetta “maggioranza Ursula” (il blocco che oggi sostiene la Commissione von der Leyen, ndr) resisterà o i partiti di destra cambieranno gli equilibri dell’Europarlamento?

Se questi partiti davvero otterranno molti più seggi, avranno un’influenza molto maggiore sulle nomine per i posti di vertice (i presidenti della Commissione e del Consiglio e l’Alto rappresentante). E questo avrebbe un impatto importante, perché potrebbero chiedere a Ursula von der Leyen e ad altri candidati promesse che cambierebbero davvero l’agenda della Commissione. Nel 2019, von der Leyen ha dovuto fare molte promesse ai Verdi per ottenere i loro voti, questa volta potrebbe avere bisogno dei populisti.

Più nel lungo termine l’interrogativo è se questi partiti – tradizionalmente molto frammentati, con un’agenda ideologica flessibile che si concentra su pochi temi, come l’immigrazione – saranno capaci di lavorare insieme: nel Parlamento europeo, il potere di un gruppo dipende in larga misura dalla disciplina con cui vota insieme e dal coinvolgimento nell’attività legislativa e delle commissioni. E, storicamente, questo non è ciò che ha fatto la destra populista.

C’è il rischio di uno stallo per il prossimo Europarlamento, senza una maggioranza chiara?

Questo rischio c’è, in particolare sulle nomine citate prima. Potrebbe non essere trovato un accordo su von der Leyen, sia in Consiglio che in Parlamento. Nel 2019 è stato così complicato che Angela Merkel ha dovuto calare dall’alto il proprio candidato e potrebbe accadere di nuovo.

Ma ci sono alternative a von der Leyen per la presidenza della Commissione?

Ci sono sempre alternative. Von der Leyen ha fatto un ottimo lavoro nella gestione delle crisi, dalla pandemia alla guerra, molti leader sono soddisfatti. Ma la gratitudine spesso non motiva scelte come questa. Quindi si specula su chi potrebbe essere questa volta il candidato a sorpresa e uno dei più intriganti che vengono ipotizzati è Mario Draghi: perché è una figura non di parte, un tecnocrate rispettato che ha fatto un ottimo lavoro durante la crisi finanziaria (anche se guidare una banca centrale è molto diverso dal dirigere la Commissione); e perché, pur non essendo un radicale populista, potrebbe essere sostenuto dal premier di uno di questi partiti, Giorgia Meloni. La quale è a sua volta, tra i leader populisti, quella che più ha sorpreso e affascinato l’establishment comunitario, smentendo due stereotipi: quello di riuscire a governare e di essere costruttiva in ambito Ue. Gli altri leader della destra radicale populista godono ora di un maggiore beneficio del dubbio grazie a lei.

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