Media e disinformazione

Google rifiuta le regole Ue sul fact checking

Anche YouTube, come Meta, si allinea al modello definito da Elon Musk con X. Per la società di Mountain View le norme europee del Digital Services Act non si adattano agli algoritmi usati, e per il controllo dei contenuti bastano le segnalazioni degli utenti

di Luca Veronese

Il logo di Google, il gruppo di Mountain View comprende anche YouTube

2' di lettura

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Google ha fatto sapere all’Unione europea che non aggiungerà il fact-checking ai risultati di ricerca e ai video di YouTube, né introdurrà sistemi per classificare o rimuovere contenuti. Lo scrive l’agenzia Axios che ha potuto consultare il documento presentato dalla società americana alla Ue. Google di fatto sceglie così di non allinearsi alle regole europee e di seguire invece la linea degli Stati Uniti di Donald Trump ed Elon Musk, favorevoli a minori controlli sui social media e sui contenuti diffusi in rete. Già Mark Zuckerberg ceo di Meta ha annunciato, la settimana scorsa, l’abbandono del sistema di fact-checking indipendente - per Facebook, Instagram e WhatsApp - piegandosi al modello di X la piattaforma di Musk.

Google non ha mai incluso il fact-checking come parte delle sue pratiche di moderazione dei contenuti. L’azienda aveva già segnalato a Bruxelles che non aveva intenzione di cambiare le sue pratiche, ma è uscita allo scoperto per riaffermare la sua posizione in netto contrasto con il Digital Services Act europeo (Dsa).

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In una lettera scritta a Renate Nikolay, vicedirettore generale del ramo contenuti e tecnologia della Commissione europea, il presidente degli affari globali di Google, Kent Walker, ha affermato che l’integrazione del fact-checking richiesta dalle regole di condotta sulla disinformazione della Commissione «semplicemente non è appropriata o efficace per i nostri servizi» e ha affermato che Google non si impegnerà a rispettarla. Il regolamento europeo del Dsa - primo nel suo genere nel mondo, e pienamente applicabile dal 17 febbraio del 2024 - richiederebbe a Google di incorporare i risultati del fact-checking insieme ai risultati di ricerca di Google e ai video di YouTube, costringerebbe quindi l’azienda di Mountain View a integrare la verifica dei contenuti nei suoi algoritmi.

Walker ha affermato che l’attuale approccio di Google alla moderazione dei contenuti funziona e ha indicato come prova la moderazione dei contenuti di successo durante il «ciclo senza precedenti di elezioni globali» dell’anno scorso. Ha inoltre sottolineato «la notevole forza» della funzione aggiunta a YouTube l’anno scorso, che consente ad alcuni utenti di aggiungere note contestuali ai video: si tratta di una funzione basata sulle segnalazioni degli utenti, del tutto simile alle Community Notes di X, e al nuovo sistema di moderazione annunciato da Meta la scorsa settimana.

La Commissione europea ha aperto una inchiesta nel 2023 contro X per verificare l’eventuale diffusione di contenuto illegale, l’efficacia delle misure contro la manipolazione delle informazioni, e la trasparenza sui dati messi, anche per il mercato pubblicitario.

La stessa Commissione nell’ultimo anno ha consultato tutti i big della tecnologia esortandoli a convertire le misure volontarie in un codice di condotta ufficiale ai sensi del Dsa. Ora Walker ha tuttavia chiarito che Google «si ritirerà da tutti gli impegni di fact-checking prima che diventi un codice di condotta Dsa».

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