L’analisi

Globalizzazione, serve una politica industriale all’altezza dei tempi

L’Italia sconta come e più di altri dipendenze problematiche: dalla Cina, dagli Usa e dalla Germania

di Fabrizio Maronta

3' di lettura

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L’acuta incertezza sulla condotta degli Stati Uniti sotto Donald Trump è il filo conduttore del Rapporto 2025 sull’Internazionalizzazione di Confindustria Lombardia. Tale incertezza rispecchia una certezza inequivocabile: l’America rifiuta ormai apertamente il sistema da essa stessa creato dopo la seconda guerra mondiale. Un sistema che ha reso possibile il “miracolo” europeo postbellico e sul quale i settori più dinamici delle nostre economie, ma anche di quelle asiatiche entrate a più riprese nei circuiti della globalizzazione americanocentrica, si sono tarate. Quel sistema, concepito a Bretton Woods (1944), è di fatto – ma non di nome – un enorme meccanismo tributario. Il deficit commerciale americano non ne è accidente, ma logica conseguenza. La possibilità di emettere debito a piacimento connessa alla detenzione della valuta di riserva ha reso gli Usa acquirente di ultima istanza dell’universo mondo. Ciò ha consentito loro, specie dopo lo sganciamento del dollaro dall’oro (1971), di stampare moneta in regime di bassa inflazione per pagare importazioni via via sostitutive di una capacità produttiva che migrava altrove. Parte di quei dollari rientra in America sotto forma di acquisti di un debito federale sempre più ingente. In tal modo gli esportatori di idrocarburi – fonte energetica su cui il mondo continua a reggersi – parcheggiavano i loro profitti in dollari, al pari degli esportatori asiatici. Mentre il “Sud globale” era tenuto al guinzaglio dai programmi di “salvataggio” che impongono austerità e debito, spesso verso banche occidentali. Fmi e Banca Mondiale, apparentemente neutrali, sono divenute strumenti per disciplinare i debitori e dissuaderli dalla ricerca di valute alternative. Il risultato: un ordine tributario in cui i flussi verso il centro (gli Stati Uniti) sono invisibili perché finanziarizzati e incontestati perché assurti a norma. L’ordine internazionale basato sul diritto si è basato, come sempre, su “un” diritto: quello dell’egemone. La quantità discreta che fa saltare il banco si chiama Cina. In poco più di trent’anni Pechino ha dispiegato un arsenale in grado di sovvertire il sistema. I suoi capisaldi: una capacità produttiva inedita; un capitalismo dirigistico che alloca risorse e credito in modo non sempre efficiente, ma rapido e contundente; l’indiscusso primato della politica (il Partito-Stato) su economia e tecnologia, strumenti geoeconomici e mai surrogati del pensiero strategico; il mantenimento di rigidi controlli sul tasso di cambio, fonte di enormi distorsioni commerciali; la costruzione di una potenza marittima che minaccia il primato della US Navy e la sua capacità di presiedere i mari, arterie dei commerci mondiali. Da ultimo: l’ossessione per il primato manifatturiero, associato a politiche mercantilistiche che mirano a rendere il paese inestricabile dalle filiere globali. Filiere su cui riposa la capacità occidentale di conservare benessere, pace sociale e – nel caso statunitense – potenza. Il rendez-vous con una storia che si presumeva finita trova l’Europa impreparata. In parte perché le nostre sono economie di trasformazione, che vivono del valore aggiunto di ciò che producono (e vendono) con ciò che non hanno. A cominciare dall’energia, di cui gli Stati Uniti sono tornati esportatori netti grazie allo shale. Questo ci rende vulnerabili a un mondo in cui l’economia torna strumento di potenza rispondente a logiche geopolitiche, oltre che industriali e di profitto. E che pertanto mal si presta ad approcci ideologici. Esempio: la metamorfosi del New Green Deal in riarmo a tutti i costi, anche ambientali, dai fini strategici ancora fumosi. L’attuale debolezza europea deriva anche dalla struttura della sua integrazione. Una moneta senza Stato. La convivenza di paesi con apparati produttivi e priorità di sicurezza divergenti. Un mercato unico pensato per favorire la concorrenza fiscale a scapito della politica industriale. Questa, rientrata dalla finestra, è ora perseguita in modo esclusivo facendo leva sui vantaggi industriali e fiscali nazionali, dunque precludendo le aggregazioni continentali necessarie a competere con i colossi extraeuropei. Il tutto, ovviamente, a trattati europei invariati. Come il Rapporto di Confindustria Lombardia rimarca, l’Italia sconta come e più di altri dipendenze problematiche: dagli Usa come mercato, dalla Cina come fornitore, da una Germania in confusione come committente di filiera. Da questa diffusa consapevolezza occorre ripartire per forgiare politiche industriali all’altezza dei tempi. Tempi di cui Trump è sintomo, prima e più che artefice.

Responsabile redazione e relazioni internazionali di Limes

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