L’accordo con gli Usa include anche promesse di collaborazione sul fronte delle rinnovabili e dell’idrogeno, ma nulla di specifico. Il patto è incentrato sul Gnl Usa, che in Europa potrebbe aver trovato l’Eldorado: vendite più che triplicate rispetto ai 22 miliardi di metri cubi del 2021, se raccogliamo l’offerta.
Il gioco potrebbe valere la candela se vogliamo davvero liberarci del gas russo entro il 2027 (e tagliarne l’impiego di due terzi entro un anno), come pianificato dalla Commissione europea con la strategia RePower. Ma il punto è un altro.
In realtà non abbiamo alcuna certezza sul contributo degli Usa alla nostra sicurezza energetica: quei 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno che ci vengono prospettati non ci sono ancora e non sappiamo se verranno davvero estratti e liquefatti, né in quale orizzonte temporale: decideranno le leggi del libero mercato (anche sulla destinazione finale del Gnl, che potrebbe non essere l’Europa se qualcuno pagherà meglio di noi) . E comunque, anche nella migliore delle ipotesi, i volumi extra riuscirebbero a sostituire poco più di un terzo di quanto oggi compriamo da Gazprom.
Dal colosso russo ci arrivano tuttora circa 380 milioni di metri cubi al giorno di gas: fanno quasi 140 miliardi di metri cubi l'anno, se il ritmo non cambia. E poi c’è il Gnl, che anche Mosca produce ed esporta in grandi quantità: nel 2021 l’Europa ha ricevuto 15 miliardi di metri cubi.
Gli Usa non sono gli unici fornitori di gas pronti – almeno a parole – a venirci in soccorso. Paesi come la Norvegia, l'Algeria o l'Azerbaijan, che ci servono via gasdotto, hanno già accelerato le esportazioni e si dicono disposti a fare di più, così come una lunga serie di esportatori di Gnl, a cominciare dal Qatar, gigante del settore con importanti piani di espansione.