Fare i conti con l’America di Trump
di Sergio Fabbrini
di Serena Uccello
3' di lettura
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Gli applausi e i “buuu”, i “vergognati” e i “forza”. La notte, in cui Carola Rackete lascia la Sea Watch 3 e tocca Lampedusa, l'isola ha questi suoni. La voce di chi si riconosce nella sua scelta di umanità e le voci di chi quella scelta la contesta. Sul web però le prime sembrano quasi scomparire perché la sguaiatezza delle seconde offusca la gentilezza del consenso. C'è chi le augura di «portarsi i migranti a casa sua, in Germania» - ed è il commento “meno” violento – e chi arriva ad augurarle la morte, di venire “affondata” insieme alla nave. In questa incomprensibile gara a chi la spara più grossa, a chi alza l’asticella, a chi sposta sempre più in là il limite del lecito sappiamo che purtroppo quello che sta accadendo a Carola è l'ennesimo atto di una deriva che diciamocelo ormai pare persino nella sua insensatezza sfuggita pure alla regia di chi l’ha innescata.
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Un vero e orrido sfogatoio pubblico che necessita di una risposta altrettanto pubblica, a maggior ragione se si consuma nello spazio, quale una pagina Facebook, di una forza politica: nelle ore dello sbarco infatti la Lega di Lampedusa ha pubblicato un video in diretta sulla sua propria pagina Facebook in cui è possibile ascoltare insulti rivolti sia alla 31enne tedesca sia ai migranti sbarcati in Italia, sia ai politici che erano a bordo della nave. «Spero che ti violentino questi ne**i, a quattro a quattro te lo devono infilare, ti piace il c**zo nero». Anche alle donne migranti vengono rivolti insulti simili. Ed: «Zingara, venduta, tossica, vattene in galera, drogata. Vai dalla Merkel, vergogna. Le manette!».
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Se questo è il quadro, la risposta deve essere identica a quella che si consumerebbe nella vita reale: la risposta della legge. Ogni intimidazione resta tale sia che si consumi de visu sia nella bolla della virtualità. Il danno non è minore, sappiamo, né minore è la sofferenza procurata. E questi insulti sono minacce, l'urlo qui è intimidazione.