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In un Medio Oriente instabile e imprevedibile, stretto tra un governo israeliano sempre più intransigente e le tensioni di ampio respiro tra Stati Uniti e Iran, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa sembra essere riuscito a sciogliere un nodo che da tempo affliggeva la politica interna del Paese: l’integrazione, civile e militare, della milizia curdo-siriana delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nell’apparato di Damasco. Il 25 agosto, in un incontro al Palazzo del Popolo nella capitale, il leader di quella che è stata a lungo la forza paramilitare più efficiente - e politicamente più spinosa – dell’area, Mazloum Abdi, ha annunciato lo «scioglimento come forza militare indipendente» e la conclusione del processo di «integrazione delle nostre forze nelle brigate dell’esercito siriano. Vogliamo che questo giorno segni una vera transizione dai campi di battaglia ai cantieri della ricostruzione, dall’era delle armi a quella della pace», ha dichiarato Abdi. Nate nel 2015 come alleanza ribelle durante la guerra civile siriana sotto l’egida statunitense, le SDF sono state determinanti nella lotta occidentale contro lo Stato Islamico, ma hanno anche riacceso la questione dell’autonomia e dell’autodeterminazione curda, dopo decenni di discriminazione sistematica sotto i regimi autocratici di Hafez al-Assad e del figlio Bashar. Caduto il regime assadista nel dicembre 2024, tra Mazloum Abdi e Ahmed al-Sharaa si sono susseguiti diversi tentativi di negoziato, ogni volta arenati per l’opposizione di fazioni scontente e accuse incrociate di inganno e ostruzionismo.
Solo a gennaio di quest’anno, dopo un’offensiva del governo centrale contro le SDF nel nord-est del Paese, si è arrivati a un cessate il fuoco sotto la mediazione dell’inviato americano Tom Barrack. A favorire l’intesa su una questione così annosa è stato in gran parte l’approccio più conciliante del nuovo capo di Stato di Damasco, che con l’accordo di gennaio ha sancito per decreto presidenziale i diritti nazionali e linguistici dei curdi - oltre, va detto, al logoramento militare del gruppo dopo anni di conflitto. L’annuncio di agosto segna dunque la piena attuazione di quel piano, e apre una fase della politica siriana che si spera segnata più dalla cooperazione pluralista e democratica che dalle armi. Oltre a formalizzare lo scioglimento e l’integrazione delle SDF, pochi giorni dopo al-Sharaa ha nominato Mazloum Abdi consigliere della presidenza, istituzionalizzando così un canale diretto di influenza curda nel governo centrale - una mossa che sembra voler placare i timori di un’esclusione dei curdi dopo la fine della loro autonomia. Su X, l’inviato speciale Tom Barrack ha salutato l’intesa come “un esempio di vera integrazione: non vincitori e vinti, ma ex avversari con visioni diverse che costruiscono insieme una soluzione diplomatica per rafforzare la sovranità siriana”. Il 28 agosto, anche il portavoce Ue per gli affari esteri Anouar El Anouni ha dichiarato all’agenzia di stato siriana SANA che l’integrazione, insieme a rappresentanza politica e garanzie per i diritti dei curdi come cittadini siriani, contribuirà a rafforzare la pace civile. «C’è certamente una dimensione simbolica. La nomina di Mazloum Abdi a consigliere presidenziale e i decreti che riconoscono i diritti culturali e linguistici dei curdi sono volti a segnalare che i curdi hanno un posto nel nuovo Stato siriano», spiega Neil Quilliam, Associate Fellow, Middle East and North Africa Programme presso Chatham House. «Tuttavia, è improbabile che queste misure si traducano in una rappresentanza curda significativa, a meno che gli Stati Uniti, l’Unione Europea e il Regno Unito non continuino a esercitare pressioni su Damasco affinché istituzionalizzi l’inclusione attraverso meccanismi politici formali e garanzie costituzionali. Il governo di transizione si è dimostrato pragmatico nel suo approccio nei confronti dei curdi, ma non è naturalmente incline al pluralismo, alla condivisione del potere o alla governance democratica».
Restano tuttavia dei dubbi tra i sostenitori della causa curda, in particolare sul rischio che la nomina di Abdi resti puramente simbolica e che le garanzie promesse ai curdi non trovino davvero spazio in Costituzione, come pure annunciato. Ciò nonostante, lo sviluppo è un segnale positivo non solo per la politica interna siriana, ma anche per la stabilità di una regione da sempre volatile. «Lo scioglimento delle SDF e l’integrazione delle loro forze nell’esercito siriano elimina una delle preoccupazioni di lunga data della Turchia, ovvero l’esistenza di una grande formazione armata autonoma lungo il suo confine meridionale. Dal punto di vista di Ankara, uno Stato siriano che eserciti l’autorità sul nord-est è preferibile a una struttura militare separata guidata dai curdi», aggiunge Neil Quilliam. «Ciò potrebbe creare un contesto più favorevole al dialogo parallelo tra la Turchia e gli attori curdi, sebbene sia improbabile che basti da solo a risolvere la questione del PKK. Più in generale, questo sviluppo dovrebbe migliorare le relazioni tra Damasco e Ankara». Il parallelo processo di pace tra il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e Ankara procede a sua volta con passi incoraggianti, e lo scioglimento delle SDF fa piacere anche al presidente turco Erdogan, da sempre convinto che le fazioni legati al PKK non debbano avere spazio in nessuna parte della regione: un fattore che potrebbe agevolare ulteriormente i negoziati paralleli. Il mese scorso, il parlamento turco ha approvato una storica legge per favorire il reinserimento dei militanti del PKK, in vista del disarmo e dello scioglimento del gruppo.
Facendo eco all’ottimismo di funzionari americani ed europei, oltre che dello stesso Abdi, Erdogan ha detto di credere che «lo scioglimento delle SDF aprirà una nuova era per l’intera regione», aggiungendo: «Il capitolo del terrorismo deve chiudersi; l’epoca delle armi e della violenza deve finire». Ma in un paese ideologicamente frammentato come la Siria, l’ottimismo ufficiale non basta a spegnere del tutto le tensioni di quella che resta storicamente una polveriera politica. «La sfida consisterà nel garantire che le comunità curde continuino a sentirsi politicamente coinvolte nei nuovi accordi, poiché qualsiasi percezione che l’integrazione si sia trasformata in emarginazione potrebbe generare nuove tensioni sia in Siria che in Turchia», conclude Quilliam. Molti curdi vivranno con amarezza la fine formale del sogno di sovranità, e la tenuta dell’accordo dipenderà in larga misura dalla reale volontà di al-Sharaa e del suo governo di rispettare le promesse di una governance multietnica e tollerante. Resta il fatto che è stato disinnescato un grave rischio per la sicurezza, in un Paese che sotto la guida di al-Sharaa si è impegnato a voltare pagina rispetto al regime precedente.