Moda uomo a Parigi/2

Gli aristo-punk di Dior in cerca di una nuova profondità

La nuova collezione firmata da Jonathan Anderson attinge all’immaginario delle sottoculture ma anche all’haute couture di Paul Poiret

di Angelo Flaccavento

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«Le sfilate per me sono un modo per esplorare idee - dice Jonathan Anderson -, sono una proposta». È il giorno di Dior a Parigi: la fashion week entra subito nel vivo dell’azione. Pur operando nel contesto di un gruppo come Lvmh e di una maison di tale portata, l’impulso di Anderson a creare qualcosa piuttosto che limitarsi a fare merchandising appare ostinato e ispirante.

Ambientata al Musée Rodin, in un cubo rivestito internamente ed esternamente da una tenda di velluto, teatrale ma discreta, la seconda sfilata maschile del direttore creativo segna un deciso passo avanti rispetto all’aristo-preppy della scorsa stagione.

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Dior Homme, la collezione per l’AI-26-27

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Adesso è la volta di uno stuolo di aristo-punk allampanati, i capelli gialli o elettrizzati, vestiti di pantaloni strettissimi, stivaletti con il mezzo tacco e cappotti sontuosi che occhieggiano a Paul Poiret. Poiret, chez Dior? Improbabile, ma dietro c’è una storia vera, così bella da sembrare inventata. Non molto tempo fa, Anderson ha infatti scoperto una targa sul marciapiede di fronte alla boutique Dior in Avenue Montaigne. Sulla placca, una figura femminile e la scritta Paul Poiret. Al suo apogeo, il re delle linee fluide e dell’esotismo occupava infatti gli stessi locali, e questo ha innescato un flusso di pensiero in Anderson, tradotto in un’idea di opulenza scabra, elettrizzata da associazioni improbabili.

Ciò che è interessante è quanto il fantasma di Hedi Slimane sia presente sullo sfondo, evocato non tanto dalla linea sottile e dal cast di giovinetti imberbi, quanto all’evidente volontà di attingere al territorio delle sottoculture, conferendo a Dior Homme una profondità perduta da tempo, che per gli standard odierni è probabilmente irrecuperabile. Questo, unito al profluvio di prodotto, crea un attrito, bisognoso di un editing vigoroso e un punto di vista più chiaro.

Da Lemaire, Christophe Lemaire e Sarah-Linh Tran optano per un nuovo format di presentazione nell’anfiteatro dell’Opéra Bastille: una serie di concisi tableau vivant intitolata “Mine Eyes” ideati con Nathalie Béasse. Modalità certamente teatrale, ma paradossalmente perfetta per dare risalto a quel senso di “trance de vie” che caratterizza Lemaire, con il suo equilibrio di affilato e morbido, con la sua visione unica della quotidianità. La collezione è percorsa da una tensione forte ed elegante, sottilmente erotica, catturata dai disegni di Roland Topor utilizzati come stampe.

Walter Van Beirendonck (EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON)

Il colore è elemento portante del mondo di Walter Van Beirendonck, l’eterno outsider che da quarant’anni riesce a mantenere in vita il fanciullino interiore, ad unire spirito naif, humor e perversione, con una coerenza notevole e un’esaltante mancanza di cinismo. Ispirata alla outsider art, al tempo stesso folle e pragmatica, la collezione racconta Walter al suo meglio: è giocosa, ingenua, piena di cose che non si possono trovare da nessun’altra parte e che pure sono pensate per la vita.

Abiti per la vita, dai volumi decisi, moderni, ma dai tessuti classici, sono il punto forte di Ami fin dall’inizio, e il motivo per cui il progetto di Alexandre Mattiussi è cresciuto così tanto e così bene. Negli anni, l’idea di fare “moda” ha sostituito la ricerca del senza tempo, ma da Ami quel che conta è la continuità, non la rottura. È nell’assemblaggio, o styling, che si vedono gli avanzamenti stagionali. A questo giro, però, si sente un po’ troppo il Celine di Michael Rider: un po’ di preppy, un po’ di grunge, vigorosamente shakerati insieme. È un passo falso, ma gli abiti rimangono desiderabili.

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