Arti visive

Gli affreschi ritrovati della biblioteca Leopardi

di Fabiana Cacciapuoti

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“Il mio sistema intorno alle cose ed agli uomini, e l’attribuir ch’io fo tutto o quasi tutto alla natura, e pochissimo o nulla alla ragione, ossia all’opera dell’uomo o della creatura, non si oppone al Cristianesimo”.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Questo l’incipit di un micro-trattato dello Zibaldone, scritto tra il 9 e il 15 dicembre 1820, in cui Leopardi analizza il ruolo della natura come Dio, in formule vicine alla filosofia di Spinoza.

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Gli affreschi ritrovati

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Si tratta di una lunga disamina in cui è palese lo sforzo di difendere il cristianesimo, cercando di coniugarlo con il proprio pensiero. Questo serrato dialogo con se stesso e con gli apologisti della religione ruota intorno a un punto fondamentale nell’esegesi biblica, su cui il giovane Leopardi si forma, ma essenziale per lo sviluppo successivo del suo pensiero: la caduta, cioè la colpa che ha provocato la cacciata di Adamo ed Eva.

Il lungo discorso del giovane Leopardi si incentra, infatti, non tanto sul peccato commesso dai progenitori e sull’esilio dall’Eden originario, quanto sul momento in cui Adamo ed Eva aprono gli occhi: ”et aperti sunt oculi amborum”(Genesi 3.7).

Aprire gli occhi vuol dire conoscere, e conoscere come Dio. La proibizione divina consiste quindi nel limitare le possibilità di conoscenza, la cui interezza spetta solo a Dio. Conoscere al di là del limite significa da un lato aprirsi alla sofferenza della verità, accuratamente velata dalla natura, ma vuol dire anche intraprendere una strada, quella della cognizione e della conoscenza eccessiva, che porterà, secondo Leopardi, all’infelicità individuale e alla catastrofe antropologica e morale.

Leopardi sa bene che un eccesso di ragione, che supera i limiti di quella ragione naturale prevista dalla natura stessa, potrà provocare danni inimmaginabili che caratterizzeranno le forme di un “incivilimento eccessivo”, in cui l’umano perderà le sue caratteristiche perché preda di un inarrestabile processo di snaturamento.

Contro gli effetti di questo incivilimento Leopardi si espone in tutta la sua opera, individuando nel prevalere eccessivo della ragione sulla natura la perdita del soggetto in quanto tale, la distruzione del bene comune, l’inarrestabile avanzare di egoismo e indifferenza che provocheranno la perdita dell’umano.

Come un “albero tagliato alla radice” l’uomo vagherà nel deserto affettivo, nella mancanza di senso, nella solitudine anche cercata.

A questo scenario risponderà poi la figura della Ginestra, il fragile fiore che sa dare senso al non senso, vivendo nel deserto della lava ma recuperando dentro di sé l’essenza dell’umano.

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