Gli affreschi ritrovati della biblioteca Leopardi
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“Il mio sistema intorno alle cose ed agli uomini, e l’attribuir ch’io fo tutto o quasi tutto alla natura, e pochissimo o nulla alla ragione, ossia all’opera dell’uomo o della creatura, non si oppone al Cristianesimo”.
Chiedilo al Sole
Questo l’incipit di un micro-trattato dello Zibaldone, scritto tra il 9 e il 15 dicembre 1820, in cui Leopardi analizza il ruolo della natura come Dio, in formule vicine alla filosofia di Spinoza.
Si tratta di una lunga disamina in cui è palese lo sforzo di difendere il cristianesimo, cercando di coniugarlo con il proprio pensiero. Questo serrato dialogo con se stesso e con gli apologisti della religione ruota intorno a un punto fondamentale nell’esegesi biblica, su cui il giovane Leopardi si forma, ma essenziale per lo sviluppo successivo del suo pensiero: la caduta, cioè la colpa che ha provocato la cacciata di Adamo ed Eva.
Il lungo discorso del giovane Leopardi si incentra, infatti, non tanto sul peccato commesso dai progenitori e sull’esilio dall’Eden originario, quanto sul momento in cui Adamo ed Eva aprono gli occhi: ”et aperti sunt oculi amborum”(Genesi 3.7).
Aprire gli occhi vuol dire conoscere, e conoscere come Dio. La proibizione divina consiste quindi nel limitare le possibilità di conoscenza, la cui interezza spetta solo a Dio. Conoscere al di là del limite significa da un lato aprirsi alla sofferenza della verità, accuratamente velata dalla natura, ma vuol dire anche intraprendere una strada, quella della cognizione e della conoscenza eccessiva, che porterà, secondo Leopardi, all’infelicità individuale e alla catastrofe antropologica e morale.







