Gli abiti producono cultura: la moda che non va di moda
A conclusione delle fashion week di Milano e Parigi una riflessione sul fashion system come laboratorio privilegiato dell’economia della curiosità.
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La cultura è qualcosa che ha a che fare con il proprio tempo. Il nostro, adesso. Qualcosa che ha a che fare con il presente, ma guardando un po’ più in là. In questo senso, il contemporaneo è sempre, come lo definiva il filosofo Giorgio Agamben, intempestivo. Non coincide con l’attualità.
La cultura produce valore. Soprattutto produce coordinate. Non un ambito separato e decorativo, ma un’infrastruttura economica e simbolica che attraversa la società. Se no è solo intrattenimento, arredamento. È altro.
Anche i musei, in questa prospettiva, non sono agenti culturali, se non ambiscono a essere il flusso canalizzatore delle macchine del tempo, come quella di Doc Brown in Ritorno al futuro. Lo sono tutti? Non sempre. Al contrario, non liquiderei facilmente dal mondo culturale comix, manga e anime (in fondo già Umberto Eco diceva che per distrarsi leggeva Engels, ma per impegnarsi passava a Corto Maltese). E non sottovaluterei certa musica che molti miei co-Boomer non considerano, come la trap o il k-pop.
E poi c’è la moda, senza dubbio uno dei dispositivi culturali più potenti del nostro tempo. Non solo perché traduce visivamente desideri, identità, conflitti, ma perché incarna, in modo quasi paradigmatico, le contraddizioni dell’economia contemporanea: accelerazione, spettacolarizzazione, consumo, ma anche creatività, relazione e costruzione di senso. La moda è al tempo stesso oggetto estetico, prodotto commerciale, racconto politico. Nulla, in questo sistema, è neutro. Ecco perché parlare di moda oggi significa, o almeno dovrebbe, interrogarsi sul presente. Pensiamo a quella grande kermesse mondano-culturale che è il Met Gala che trasforma l’atto del vestirsi in arte performativa e narrativa. Il prossimo 4 maggio, inaugurerà la mostra Costume Art, che affronta proprio la centralità del corpo vestito e il suo curatore Andrew Bolton spiega che «l’idea è di riportare il corpo nelle discussioni sull’arte e sulla moda e di abbracciarlo, invece di rimuoverlo per elevare la moda a forma d’arte».
Negli ultimi anni, le mostre di abiti si sono moltiplicate, così come i musei dedicati, le fondazioni, gli spazi espositivi permanenti. Le maison investono sempre di più nei propri archivi, li espongono, li narrano, li musealizzano. Solo nei primi mesi del 2026 inaugurano Schiaparelli: Fashion Becomes Art al Victoria and Albert Museum (dal 28 marzo), The Antwerp Six al MoMu, il Museo della moda di Anversa (dal 28 marzo) e la più grande esposizione mai dedicata agli abiti della regina, Queen Elizabeth II: Her Life in Style a Buckingham Palace, con oltre duecento pezzi del guardaroba reale (dal 10 aprile). Ma tutto questo ha davvero a che fare con la cultura?













