Economia della bellezza

Gli abiti producono cultura: la moda che non va di moda

A conclusione delle fashion week di Milano e Parigi una riflessione sul fashion system come laboratorio privilegiato dell’economia della curiosità.

di Franco Broccardi

La vetrina con un look della P/E 26 di Prada nel negozio di Galleria Vittorio Emanuele a Milano, parte del progetto “Image of an Image”, la campagna del brand firmata dall’artista Anne Collier. (Courtesy Prada)

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La cultura è qualcosa che ha a che fare con il proprio tempo. Il nostro, adesso. Qualcosa che ha a che fare con il presente, ma guardando un po’ più in là. In questo senso, il contemporaneo è sempre, come lo definiva il filosofo Giorgio Agamben, intempestivo. Non coincide con l’attualità.

La cultura produce valore. Soprattutto produce coordinate. Non un ambito separato e decorativo, ma un’infrastruttura economica e simbolica che attraversa la società. Se no è solo intrattenimento, arredamento. È altro.

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La mostra “Helmut Lang. Séance de Travail 1986–2005 /Excerpts from the MAK Helmut Lang Archive” al MAK – Museum of Applied Arts di Vienna. (© kunst-dokumentation.com/MAK)

Anche i musei, in questa prospettiva, non sono agenti culturali, se non ambiscono a essere il flusso canalizzatore delle macchine del tempo, come quella di Doc Brown in Ritorno al futuro. Lo sono tutti? Non sempre. Al contrario, non liquiderei facilmente dal mondo culturale comix, manga e anime (in fondo già Umberto Eco diceva che per distrarsi leggeva Engels, ma per impegnarsi passava a Corto Maltese). E non sottovaluterei certa musica che molti miei co-Boomer non considerano, come la trap o il k-pop.

Abito Tears disegnato da Elsa Schiaparelli e Salvador Dalí, estate 1938, fotografato da Emil Larsson e in mostra “Schiaparelli: Fashion Becomes Art” al Victoria and Albert Museum. (© Emil Larsson)

E poi c’è la moda, senza dubbio uno dei dispositivi culturali più potenti del nostro tempo. Non solo perché traduce visivamente desideri, identità, conflitti, ma perché incarna, in modo quasi paradigmatico, le contraddizioni dell’economia contemporanea: accelerazione, spettacolarizzazione, consumo, ma anche creatività, relazione e costruzione di senso. La moda è al tempo stesso oggetto estetico, prodotto commerciale, racconto politico. Nulla, in questo sistema, è neutro. Ecco perché parlare di moda oggi significa, o almeno dovrebbe, interrogarsi sul presente. Pensiamo a quella grande kermesse mondano-culturale che è il Met Gala che trasforma l’atto del vestirsi in arte performativa e narrativa. Il prossimo 4 maggio, inaugurerà la mostra Costume Art, che affronta proprio la centralità del corpo vestito e il suo curatore Andrew Bolton spiega che «l’idea è di riportare il corpo nelle discussioni sull’arte e sulla moda e di abbracciarlo, invece di rimuoverlo per elevare la moda a forma d’arte».

Negli ultimi anni, le mostre di abiti si sono moltiplicate, così come i musei dedicati, le fondazioni, gli spazi espositivi permanenti. Le maison investono sempre di più nei propri archivi, li espongono, li narrano, li musealizzano. Solo nei primi mesi del 2026 inaugurano Schiaparelli: Fashion Becomes Art al Victoria and Albert Museum (dal 28 marzo), The Antwerp Six al MoMu, il Museo della moda di Anversa (dal 28 marzo) e la più grande esposizione mai dedicata agli abiti della regina, Queen Elizabeth II: Her Life in Style a Buckingham Palace, con oltre duecento pezzi del guardaroba reale (dal 10 aprile). Ma tutto questo ha davvero a che fare con la cultura?

La musealizzazione della moda viene spesso letta come una forma di accreditamento culturale. Come se il passaggio attraverso il museo fosse una soglia simbolica, capace di trasformare un sistema industriale in patrimonio condiviso. Il rischio è che il museo faccia la parte dell’ente certificatore per rilasciare una patente di credibilità, abdicando a quello che dovrebbe invece essere: uno spazio critico e non un luogo in cui il passato viene stabilizzato, neutralizzato, reso innocuo.

La mostra “Venus - Valentino Garavani attraverso gli occhi di Joana Vasconcelos”, nello spazio PM23 di Roma: l’opera emblema della mostra è la monumentale Valchiria Venus, pensata dall’artista partendo dallo studio dei codici dello stilista e arricchita da un grande progetto sociale: 756 ore di workshop, più di 200 partecipanti, 200 kg di moduli all’uncinetto, realizzati da studenti, pazienti e detenute. (© 2026 FVG Services © 2026 Soqquadro)

Il museo è un dispositivo vivo, che deve essere capace di tenere insieme economia, politica, immaginario collettivo, idee di futuro. La questione non è esporre abiti, ma interrogare i sistemi che li hanno prodotti: il lavoro, il desiderio, il corpo, la distinzione sociale, il consumo. Non basta mostrare l’oggetto. Occorre rendere visibili le relazioni che lo hanno reso possibile e quelle che lo faranno. Forse, per questo, risultano più interessanti sperimentazioni come quella fatta da Alessandro Sartori all’ultima Fashion Week milanese, ambientata in un armadio reale e ideale, pieno di oggetti provenienti dal vero guardaroba di famiglia e di casa di tre generazioni Zegna. Oppure la nuova campagna Prada dove l’artista americana Anne Collier gioca con la fotografia di moda come oggetto culturale, commerciale e psicologico, dando vita a una serie di still life in cui le foto sono in realtà soggetti a loro volta: contano per quel che rappresentano, ma anche in quanto immagini tenute tra le mani. Una metacomunicazione proprio come il film che ha segnato l’esordio di Demna da Gucci o la subway newyorkese dove Matthieu Blazy ha ambientato la sua prima sfilata dei Métiers d’art. Oggi una metropolitana – come luogo di tutti e luogo di passaggio – ieri (dodici anni fa) il supermercato di Karl Lagerfeld.

Allo stesso tempo, non possiamo limitarci a dire che “la moda è cultura”. Dipende. Come per la musica, le arti, lo spettacolo dobbiamo chiederci che cosa faccia la moda alla cultura, alla società, alle persone e viceversa. La moda è sempre stata uno dei luoghi privilegiati in cui il tempo accelera, si stratifica, implode. È un sistema che vive nel presente, ma che lavora con il passato e anticipa il futuro. Un sistema che produce valore simbolico molto prima di produrre valore economico. Ed è questo valore che va mostrato, se no la moda rischia di essere catturata da una temporalità museale che la rende inoffensiva. L’archivio diventa pura estetica, la memoria una strategia di branding, la storia, anziché aprire domande, consolida l’identità. È una forma di cultura che rassicura, più che destabilizzare. Non è cultura, in sostanza.

Negli ultimi anni, il sistema moda ha iniziato a confrontarsi apertamente con i propri limiti. La crisi ambientale, lo sfruttamento del lavoro, l’omologazione estetica hanno reso evidente l’insostenibilità del modello tradizionale. Ma accanto alle risposte di facciata sono emerse pratiche più sottili e radicali. Il riuso, il remix, l’ibridazione di codici culturali diversi non sono solo scelte stilistiche, ma atti di riposizionamento economico e simbolico. Queste pratiche incarnano una forma di intempestività: rifiutano l’idea che il valore risieda esclusivamente nella novità e nella velocità. Recuperare archivi dimenticati, lavorare sull’errore, sull’imperfezione, sull’eccesso o sulla sottrazione significa mettere in discussione la temporalità dominante del mercato. Significa affermare che il senso non è immediatamente monetizzabile, ma nasce dalla relazione, dalla durata, dall’esperienza condivisa.

Immagine di “The Antwerp Six” al MoMu di Anversa. (© Andrew MacPherson)

La moda diventa così un laboratorio privilegiato dell’economia della curiosità, la cifra del contemporaneo. Il valore non è più soltanto nel prodotto finito, ma nel processo, nella narrazione, nella capacità di attivare comunità. Il pubblico non è un semplice consumatore, ma parte integrante del dispositivo culturale: interpreta, commenta, rilancia, trasforma. Le piattaforme digitali amplificano questa dinamica, rendendo visibile il carattere relazionale. Rendendolo familiare, seducente, persuasivo. Facendone un soft power globale che lavora sull’immaginario al pari della musica, del cinema o dello sport. Pietro Beccari, presidente e ceo di Lvmh Fashion Group, oltre che presidente e ceo di Louis Vuitton, lo teorizza esplicitamente: «Vogliamo essere una marca culturale e uno stile di vita, non solo vendere prodotti».

Un brand come Golden Goose ha fatto della co-creation il cardine dei suoi servizi di personalizzazione e la base del suo successo. Il suo vulcanico ceo Silvio Campara sostiene che l’era dello shopping è finita: nessuno desidera più comprare un prodotto, ciascuno vuole creare il suo prodotto.

Ogni apertura porta con sé nuove ambiguità. La moda conosce da sempre il meccanismo di assorbimento delle controculture: ciò che nasce come linguaggio di rottura viene rapidamente neutralizzato, trasformato in stile, reso vendibile. Punk, streetwear, estetiche queer o post-coloniali diventano repertori visivi pronti per il mercato globale. Questo processo non è un incidente, ma una dinamica strutturale dell’economia culturale contemporanea. La questione, allora, non è evitare la mercificazione, cosa probabilmente impossibile e forse anche incoerente, ma renderla visibile, usarla come spazio di consapevolezza critica. Il contemporaneo intempestivo non è un rifugio puro fuori dal sistema, ma una postura interna, una pratica di disallineamento. È la capacità di abitare le contraddizioni senza risolverle, di usare il linguaggio dominante per incrinarlo dall’interno.

Questa dinamica attraversa cinema, musica, arti visive, editoria che vivono la stessa tensione tra mercato e significato, tra standardizzazione e sperimentazione. La cultura pop, spesso liquidata come superficiale, diventa invece uno spazio cruciale di negoziazione simbolica in cui si giocano questioni di identità, potere, appartenenza. È qui che si formano immaginari condivisi, che si costruiscono narrazioni capaci di orientare il futuro. È qui che la moda trova il senso della sua economia.

In un’epoca segnata da polarizzazione e frammentazione sociale, la cultura non offre soluzioni immediate, ma strumenti per pensare diversamente il presente. Con la sua capacità di rendere visibile il cambiamento sui corpi e negli spazi quotidiani, la moda sviluppa questa funzione. Ogni scelta estetica diventa una decisione politica, ogni capo un frammento di racconto collettivo.

Il valore non nasce solo dalla crescita, ma dalla possibilità di immaginare alternative. Come ogni vera cultura, quando funziona davvero, la moda fa esattamente questo. Non perché si fa arte, ma perché rimane linguaggio. L’intempestivo è una necessità: la capacità di fermarsi, guardare il proprio tempo con uno sguardo laterale per riattivare il potenziale trasformativo della cultura. Anche, e forse soprattutto, attraverso ciò che indossiamo ogni giorno.

“Cultura adesso. Un’economia contemporanea”, Franco Broccardi, Nomos (24,90 €).

Un quadro alternativo

Franco Broccardi è esperto in economia della cultura e della sostenibilità, arts management, gestione e organizzazione di operatori culturali. Ha appena pubblicato un libro per esplorare lo stretto legame fra economia e cultura, a partire da un’idea di cultura non decorativa, non polverosa, non elitaria, ma accessibile, capace di immaginare e costruire alternative. È qui che la moda gioca un ruolo cruciale, lavorando sull’immaginario come la musica, il cinema o lo sport. “Cultura adesso. Un’economia contemporanea”, Franco Broccardi, Nomos (24,90 €).

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