Societa

Gli 80 anni del “Politecnico”, frontiera del Novecento

di Giuseppe Lupo

IL POLITECNICO - Prima pagina del settimanale di cultura pubblicato a Milano dal 1945 al 1947 fondato e diretto da Elio Vittorini. Nel n° 9 del 24 Novembre 1945 lo strillo a sommario promette ’la vera storia della rivoluzione americana’. Editore Giulio Einaudi, Milano 1945. (Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi / via Agf)

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Il 29 settembre di ottant’anni fa usciva per l’editore Einaudi il primo numero del «Politecnico» di Elio Vittorini, un settimanale formato quotidiano e con una spiccata vocazione al racconto per immagini pur senza diventare un rotocalco. L’impostazione grafica, affidata ad Albe Steiner, era già segno di una scelta politica. Ogni pagina si componeva di inserti rossi che si infilavano nel nero dei caratteri e aveva colonne lunghe e strette, a significare un’idea di verticalità, una tensione verso l’alto, com’era nelle prerogative architettoniche della Milano in cui la rivista si stampava e che inevitabilmente rimandava allo skyline di New York, la città più amata da Vittorini, quasi fosse possibile, grazie a questa organizzazione dello spazio, respirare un’aria ancora afflitta dalle offese della dittatura, ma già proiettata nei sogni di una civiltà ben oltre gli scandali della Storia, oltre il conflitto mondiale, l’odio razziale, le ingiustizie sociali ed economiche, le vendette della guerra civile.

Il Novecento non sarebbe stato lo stesso che conosciamo se non ci fosse questa impresa editoriale a fare da spartiacque, a intromettersi nel cuore del secolo come la linea di una frontiera. In effetti poco conta se per uno scherzo del destino la rivista si sarebbe conclusa un paio di anni dopo, nel dicembre del 1947, molto prima di quel che ci saremmo aspettati e a causa delle incomprensioni ideologiche sorte tra il suo direttore e Palmiro Togliatti, all’epoca segretario del Pci. Frontiera lo fu per davvero, a cominciare dall’editoriale con cui Vittorini intraprendeva un personale discorso sulla “nuova cultura” – era questo il titolo – che egli stesso aspettava di vedere realizzata. «Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto?»: si domandava nell’incipit, rivolgendo la preoccupazione verso gli sconfitti, non solo gli eserciti, ma i civili, i bimbi, gli anziani, le donne, le consuete, le vittime che non hanno nomi da ricordare e che cadono sempre e comunque, ieri come oggi, nell’enorme magazzino della dimenticanza e dell’errore. Ma Vittorini mirava più in alto. A cadere, a perdersi, secondo lui, non era toccato soltanto agli esseri umani.

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In gioco c’era qualcosa di più vitale, di più profondo e consisteva nell’accertare le cause del fallimento della cultura vecchia al cospetto della quale ne invocava una nuova, più urgente, forse risolutiva e con le carte in regola per rispondere all’altra domanda: di chi è la colpa? Certo sarebbe stato certo pronunciare i nomi di Benito Mussolini odi Adolf Hitler. E nel tempo successivo l’elenco si sarebbe perfino allungato: Stalin, Franco, Pinochet, Videla, Papodopoulos, fino ad arrivare ai fatti di questi ultimi mesi. Ma una risposta simile avrebbe implicato non aver capito bene la domanda. La quale, appunto, non cercava le colpe vicine, ma le responsabilità remote, le manchevolezze che stavano alle origini.

Vittorini, in altre parole, si chiedeva come fosse possibile che nei lager venisse suonata la musica di Wagner mentre corpi umani incenerivano a poche decine di metri dalle orchestre. Ed erano queste le responsabilità remote. Se l’incontro con l’immaginazione non riesce a modificare di un niente l’animo umano, vuol dire che sono sbagliate le premesse. Questo intendeva affermare Vittorini quando redigeva il suo articolo dandogli la fisionomia di un capo d’imputazione: «L’uomo ha sofferto nella società, l’uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l’uomo che soffre? Cerca di consolarlo.» Ci troviamo alla svolta di un altro Novecento, di un’altra epoca che si sarebbe potuto spalancare a partire da queste parole. Per quanto risulti difficile comprenderlo e accettarlo, c’è un errore commesso dalla notte dei tempi ed è stato di credere al ruolo consolatorio della cultura. Ma essa non deve e non può soltanto curare il dolore della vita, medicare le ferite, alleviare le sofferenze. Sarebbe troppo esiguo il suo raggio d’azione, forse anche banalmente inutile perché sottoposto a una fruizione episodica e provvisoria. A nulla servirebbe leggere un libro, visitare una mostra, ascoltare una sinfonia, assistere a una danza, guardare un film, senza l’ipotesi (e la speranza) che tutto questo protegga dal soffrire. Liberare l’uomo, non essere la sua consolazione: questo chiedeva Vittorini alla cultura a metà di un secolo che, accanto ai genocidi e alle dittature, prometteva un sicuro avvenire fra il benessere e il progresso tecnologico, fiducia nell’intelligenza umana. Non l’ha ottenuto a suo tempo lui, non lo abbiamo ottenuto nemmeno noi, dopo ottant’anni.

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