Giro d’Italia

Giro d’Italia, a Milan l’ultima tappa dei Fori imperiali. Ma il nome della Rosa è Vingegaard

Nel giorno del trionfo in maglia rosa di Jonas Vingegaard. l’italiano Jonathan Milan vince allo sprint l’ultima tappa a Roma, con arrivo a Circo Massimo

di Dario Ceccarelli

Il danese Jonas Vingegaard Hansen del Team Visma | Lease A Bike (maglia rosa) durante la 21ª tappa del Giro d’Italia da Roma a Roma, Italia. Lunedì 31 maggio 2026 (Foto di Fabio Ferrari/LaPresse) LAPRESSE

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Finalmente. Meglio tardi che mai. Ci volevano i Fori Imperiali e la maestà del Colosseo per far vincere allo sprint Jonathan Milan. Il gigante friulano, nella tappa conclusiva del Giro d’Italia, a Roma, fulmina tutti alla sua maniera, cioè non lasciando scampo a nessuno.

Secondo Giovanni Leonardi, molto bravo anche lui, davanti al francese Penhoet. Niente da fare invece per Paul Magnier, maglia ciclamino con tre successi, rimasto staccato dai migliori. Una grande soddisfazione per il velocista della Lidl Trek che, nonostante le tante delusioni, ha centrato l’obiettivo proprio nel rush finale dopo una tappa molto combattuta in cui Filippo Ganna, a qualche chilometro dall’arrivo, ha tentato un blitz naufragato per la scarsa collaborazione dei compagni di fuga.

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Oltre a Milan, ride e sorride, raggiunto dalla moglie Trina e dai due piccoli, Jonas Vingegaard signore e padrone del Giro d’Italia numero 109, dopo una corsa completamente dominata sin dalla partenza in Bulgaria.

Ma è stato un bel Giro? Vingegaard lo ha davvero demolito? Come usciamo da queste tre settimane?

Sulla maglia rosa nulla da dire. Bravo, determinato, ma non gradasso. Ha vinto tutte le tappe di montagna, tranne una, quella di venerdì ad Alleghe, gentilmente lasciata al compagno Kuss, uno dei più solidi dei suoi insieme a Davide Piganzoli.

Piace del danese la sua naturale semplicità, chiaramente non costruita che gli aderisce come un guanto. Dice e fa cose da normale padre di famiglia di una volta, di quelli che piacciono anche ai suoceri. Perfino quel gesto scontato, dopo ogni vittoria, di baciare la fede e le foto dei bambini sul manubrio, fa tenerezza senza sembrare troppo sdolcinato. Si vede che ama il suo mestiere, ma che gli pesa stare lontano da casa. Solo una volta non ci è piaciuto: quando a Milano, a nome del gruppo, come un capopopolo, ha chiesto la neutralizzazione del tempo per una presunta pericolosità del percorso, scoperta, guarda caso, solo alla partenza. Una macchia, purtroppo favorita dalla debolezza della giuria, che sarebbe stato meglio evitare.

Però Jonas, con i suoi sorrisi e il suo modo affabile, è comunque un vero leader. Lo si vede da come muove i suoi gregari. Fin dalla Bulgaria, ha fatto sentire il suo comando, mettendo subito in ansia i rivali o presunti tali come Pellizzari.

Qualcuno, dopo la cronometro stravinta da Pippo Ganna, ha dubitato che Vingegaard fosse così insuperabile. Ma alla prima vera salita, quella del Blockhaus, si è capito subito che c’erano due Giri: quello del danese, e quello dei comuni mortali, come l’austriaco Gall, l’australiano Hindely, l’olandese Aresman e via calando.

Due Giri con obiettivi molto diversi: per Jonas quello di vincerlo crescendo pensando anche al Tour. Per i rivali, quello di conquistare gli altri due posti sul podio (Gall e Hindley) migliorando così il loro ranking personale e quello della squadra. Cose che a noi comuni mortali possono anche non appassionarci, però in una corsa di tre settimane hanno una loro importanza.

Questa domenica, sullo sfondo del Cupolone e dei Fori Imperiali, Capitan Jonas riceve anche le chiavi per entrare nel Pantheon dei Migliori, cioè coloro che hanno nel palmares le tre grandi corse a tappe (Giro, Tour e Vuelta). Un triplete con nomi evocativi: Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault, Contador, Nibali e Froome. Come i cavalieri della tavola rotonda oro sono in otto. Per continuità e carisma avrebbe meritato un posto anche Miguel Indurain, ma lo spagnolo, curiosamente, non ha mai vinto la Vuelta. Un altro assente dal Club è proprio Tadej Pogacar, il Cannibale dei Cannibale. Ovviamente farà il possibile per colmare la lacuna.

A proposito: parlando di Vingo è d’obbligo parlare anche di Tadej. Ovvio che lo sloveno, fortissimo anche nelle classiche monumento (13), è di una caratura superiore perché dominante su tutti i terreni. Il danese però ha dimostrato, qui al Giro, di essere l’unico grande scalatore che può batterlo. E lo può fare anche al Tour, come ha dimostrato nel 2022 e 2023. Ricordiamo che poi, in mezzo, c’è stato l’infortunio di Jonas ai Paesi Baschi che lo ha pesantemente frenato nelle ultime due stagioni. Ora però la maglia rosa sembra tornato al top. Quindi la sfida che vedremo al Tour sarà molto intrigante. Un Pogacar che stravince, per quanto magnifico, alla fine stanca. Come il caviale o il tartufo. Un rivale all’altezza, come il Re Pescatore, aumenterà anche la qualità del menù.

Giro d’Italia, trionfo Vingegaard

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Di Vingo è piaciuta anche l’attenzione per gli altri. Come ha dimostrato in Friuli, nella magnifica tappa di Piancavallo, ricordando le vittime del terremoto. Non sono cose scontate, ci vuole una certa sensibilità, che non tutti hanno. Di quella tappa molto bello anche il doppio passaggio che ha permesso, a chi c’era, un doppio spettacolo. Un esperimento, che ha suscitato entusiasmo, che va ripetuto.

Il problema sono gli italiani

Il Giro, pur dominato dalla maglia rosa, non è mai stato brutto o noioso. Anche nelle tappe meno significative. Il problema però sono gli italiani: nonostante le imprese di Ballerini, Ganna e Bettiol, più l’utimo sprint di Milan, nel complesso siamo andati molto male. Lo stesso Ciccone, generoso quanto si vuole, bravissimo nel conquistare la maglia azzurra degli scalatori e anche (una volta) la maglia rosa, resta un outsider. Bravo certo a conquistare qualche traguardo di giornata, ma poi, dopo il lampo, torna il buio. La luce si spegne. Come quella di Giulio Pellizzari. Va bene il virus, ma non regge la pressione. La sua squadra forse ha sbagliato a dargli i gradi di capitano, ma insomma eravamo al Giro d’Italia. C’è qualcosa che non va, bisogna che Giulio stesso affronti il problema.

Ci restano l’ottavo posto di Davide Piganzoli, 23 anni, per il momento gregario di Vingegaard, e l’ottimo Damiano Caruso che, con i suoi 38 anni, ha ribadito d’aver fatto il suo ultimo Giro di giostra.

Come nel calcio, siamo all’anno zero

Mai successo che al Giro il primo italiano lo si trovasse all’ottavo posto. Bisogna svegliarsi in fretta e smetterla di consolarci con le fughe coraggiose e le “belle imprese “di giornata. A parte Ganna, però specialista, non abbiamo più campioni. Il nostro movimento è residuale. Viviamo di ricordi, di un glorioso passato che fa apparire vecchio uno sport, come quella della bicicletta, molto praticato invece anche dai giovani. Abbiamo due squadre, Polti e Bardiani, che reggono con sacrifici enormi il confronto con i Dream Team da quaranta milioni. Ma ci consoliamo. come hanno fatto in tv il presidente della Federazione, Cordiano Dagnoni, e quello della Lega, Roberto Pella, con la passione del pubblico e la bellezza del paesaggio. Quanto sei bella Roma, d’accordo. Ma per il resto c’è da stare poco allegri.

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