Occupazione

Giovani e pmi, un’intesa da ritrovare per salvare il made in Italy

Al 2028 servono oltre 3milioni di occupati. Le nuove generazioni attratte dalle aziende più grandi. Flessibilità e inclusione per trattenere talenti

di Anna Migliorati

3' di lettura

I punti chiave

  • • Sette pmi su dieci faticano a trovare personale
  • • La gran parte dei laureati in economia non conosce le pmi italiane
  • • Vita slow e piccoli borghi il tessuto per lavorare delle nuove generazioni

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Piccolo non è più bello per le nuove generazioni, ma senza lavoratori le pmi, motore del pil made in Italy, rischiano di restare senza benzina. Delle oltre 4 milioni di imprese italiane il 98% sono piccole e medie e la gran parte di queste a gestione familiare. Entro il 2028 il mercato del lavoro italiano avrà un fabbisogno compreso tra i 3,1 e i 3,6 milioni di occupati. Ma circa 7 pmi su dieci faticano a trovare personale. Sta tutto in questi numeri l’allarme per il futuro del dna dell’economia italiana.

Sfida demografica e competizione con le grandi aziende

«E’ una crisi al contrario, in cui non manca il lavoro ma mancano i lavoratori, quella che attanaglia le pmi italiane costringendole a rallentare rispetto alle opportunità di mercato», spiega Marina Puricelli direttrice del corso General Management per le pmi all’Università Bocconi. A pesare c’è la crisi demografica: coi baby boomer che lasciano il lavoro, sono molti meno i giovani in ingresso. Giovani che cercano una fuga dal lavoro come fonte di stress e salari d’ingresso remunerativi.

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Tutti temi su cui le piccole imprese si trovano a competere con le grandi aziende, in Italia o addirittura all’estero. Le multinazionali sono spesso in grado di offrire benefit, stipendi più elevati, possibilità di carriera. Dai livelli più bassi fino a quelli più elevati. Ad esempio, nelle microimprese (fino a 10 dipendenti) un operaio guadagna in media 24.337 euro, mentre in aziende medio-grandi (da 250 a 1000 dipendenti) lo stipendio medio è di 27.773 euro.

Ma non è solo questo. A pesare è anche uno scollamento delle nuove generazioni dalle aziende più piccole. «Di piccola impresa si parla poco e male. Il problema è innanzitutto culturale. L’offerta e la domanda formativa si sono progressivamente allontanate dalla realtà del nostro tessuto economico, disarcionate da ciò che serve. Lo hanno fatto per giunta in un periodo di drammatico calo demografico, in un momento in cui la “materia prima” scarseggia», dice Marina Puricelli.

Nelle prime 20 facoltà di economia solo 4 corsi dedicati alle pmi

Un paradosso. L’Italia modello europeo delle piccole e medie imprese familiari, non ha un sistema d’eccellenza per una formazione che alimenti il sistema. E non riguarda più solo licei, istituti tecnici e Its. Guardando alle prime 20 facoltà di Economia (classifica Censis 2023) sul totale dei 1600 insegnamenti proposti in quegli atenei, solo 4 sono specificatamente rivolti alle piccole imprese, e tutti opzionali. «Nel paese del capitalismo pulviscolare, può succedere che un brillante studente arrivi al termine della sua laurea senza mai aver sentito parlare di quelle aziende che costituiscono l’ossatura e la ricchezza dell’economia italiana. Può invece accadere che possa aver udito, da autorevoli professori, dei limiti dimensionali del modello italiano e del presunto familismo amorale, come se fosse un vizio solo delle piccole», racconta Puricelli.

Giovani che, una volta affacciatisi al mondo del lavoro, si troveranno in gran parte nel tessuto italiano a ricevere offerte proprio dal modello della pmi familiare. Solo per fare qualche esempio, filiere tipiche del made in Italy come la moda, si stima avranno bisogno di 75-80mila occupati entro il 2028, legno e arredo tra 22-34mila. La filiera della meccatronica e robotica arriverà a 180mila.

Piccoli borghi, flessibilità e inclusione l’offerta di vita per i giovani

Gli imprenditori, da una parte, sono chiamati a rendere più attrattivo il mondo delle pmi: con luoghi di lavoro belli nella forma e sereni nella sostanza, tempi di lavoro flessibili, welfare aziendale, coinvolgimento dei dipendenti nella missione imprenditoriale. Ma, dall’altra, c’è una narrazione da cambiare per salvare il made in Italy: «l’internazionalizzazione non è negativa, anzi. Ma ci si chiede se non può aver senso mantenere una proposta formativa che possa offrire a chi si affaccia sul mercato del lavoro una visione lucida su come sono fatte oggi le pmi italiane. Le piccole imprese non possono piacere a tutti. Sono farfalle non Caterpillar, come diceva l’economista Edith Penrose tanti anni fa. Sono speciali, sono molto diverse dalle grandi, non peggiori», dice Marina Puricelli.

«Occorre capire prima possibile cosa il giovane vuole dalla sua vita. Preferisce vivere al ventesimo piano di un grattacielo in una grande metropoli o in un casale nel Chianti? Se disposto ad apprezzare la qualità di vita della provincia italiana, quella dei circa 7.000 comuni sotto i 5.000 abitanti in cui sono tipicamente insediate le piccole imprese, se riconosce le positività di quella provincia rispetto ai plus di una grande metropoli, la piccola impresa acquisisce punti. Va ribadito ai giovani. Basta, con l’innamoramento a senso unico per la dimensione. Esistono imprese forti e deboli, belle e bruttissime, contesti interessanti e, purtroppo, ambienti tossici a prescindere dalla loro grandezza», conclude.

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