Patologie

Gioco d’azzardo: ecco i meccanismi cerebrali che favoriscono la dipendenza

Il disturbo è l’esito di una disfunzione integrata di diversi sistemi motivazionali, affettivi e cognitivi ma sono possibili prevenzione e supporto precoce

di Gianluca Bruti*

4' di lettura

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Il Disturbo da gioco d’azzardo (DGA), definito nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5, 2013) come una dipendenza comportamentale, rappresenta oggi una questione di rilievo clinico e di salute pubblica. Anche nel contesto italiano, il fenomeno assume dimensioni significative e richiede un approccio che sappia tenere insieme prevenzione, riconoscimento precoce e strumenti di supporto adeguati.

I dati disponibili confermano la necessità di una lettura non marginale del problema. Secondo il Rapporto ISTISAN 19/28 dell’Istituto superiore di sanità, pubblicato nel 2019 su dati raccolti nel 2017, il 36,4% della popolazione adulta italiana, pari a circa 18,4 milioni di persone, ha dichiarato di aver praticato gioco d’azzardo con vincita in denaro almeno una volta nei 12 mesi precedenti. Si tratta di un dato che descrive la diffusione del comportamento di gioco nella popolazione generale, e non la prevalenza del disturbo. Tuttavia, una quota più limitata ma clinicamente rilevante presenta caratteristiche di problematicità: il 3% secondo i dati Iss riferiti al 2018 e il 4% secondo lo studio Ipsad richiamato nel 2023 sulla popolazione tra 18 e 84 anni. Anche in questo caso, si tratta di stime riferite a comportamenti problematici o a rischio, non automaticamente sovrapponibili a una diagnosi conclamata di DGA.

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La disfunzione dei sistemi motivazionali

Dal punto di vista neurobiologico, il DGA può essere letto come l’esito di una disfunzione integrata di diversi sistemi motivazionali, affettivi e cognitivi. In molti soggetti si osserva una iperattivazione del sistema di minaccia, associata a stati di allerta, ansia e stress cronico, accompagnata da una difficoltà nell’accesso a sistemi interni di sicurezza e regolazione. In questa cornice, il comportamento di gioco può assumere una funzione compensatoria, diventando un tentativo disfunzionale di modulare tensione interna, vuoto emotivo o disregolazione.

Parallelamente, il sistema dopaminergico della ricompensa può andare incontro a una sensibilizzazione progressiva agli stimoli tipici del gioco d’azzardo, soprattutto in presenza di rinforzi intermittenti e imprevedibili. È proprio questa dinamica, ben nota nella clinica delle dipendenze, a favorire il passaggio da un comportamento inizialmente episodico a una condotta ripetitiva, sempre meno libera e sempre più automatizzata.

Un ulteriore elemento centrale nella psicopatologia del DGA è rappresentato dalle distorsioni neurocognitive. Tra queste rientrano l’illusione di controllo, i bias interpretativi relativi alle vincite, la minimizzazione delle perdite, la selezione mnestica degli episodi favorevoli e un’alterata percezione temporale e quantitativa del comportamento di gioco. Tali processi non sono aspetti accessori, ma meccanismi di mantenimento del disturbo: riducono la capacità del soggetto di rappresentarsi in modo realistico le conseguenze economiche, relazionali e psicologiche del proprio comportamento e ostacolano l’attivazione di una domanda di aiuto tempestiva.

L’importanza del paziente consapevole

Per questo motivo, la consapevolizzazione del paziente rappresenta uno degli obiettivi centrali dell’intervento. Incrementare metacognizione, monitoraggio del comportamento e capacità di leggere i propri stati interni significa intervenire non soltanto sul sintomo, ma sui processi che lo sostengono. In altri termini, favorire la possibilità di osservare ciò che prima veniva agito automaticamente costituisce già un passaggio terapeuticamente rilevante.

In questo scenario, l’integrazione di strumenti digitali dedicati apre una prospettiva interessante, soprattutto sul versante della prevenzione e del supporto precoce. Una prima funzione rilevante della tecnologia riguarda il contrasto alla dispercezione del comportamento di gioco, attraverso il monitoraggio del tempo dedicato, della frequenza degli episodi e, dove possibile, del denaro impiegato. La restituzione visiva immediata di tali informazioni, mediante grafici, alert o trend di andamento, può rappresentare una modalità di feedback semplice ma clinicamente significativa: rendere visibile ciò che il cervello tende a minimizzare.

Una seconda funzione riguarda il possibile intervento sulle distorsioni cognitive. Promemoria contestuali, soglie temporali, notifiche di allerta e messaggi psicoeducativi possono contribuire a interrompere l’automatismo mentale, introducendo una pausa tra stimolo e risposta. Anche un’informazione apparentemente elementare, se inserita nel momento giusto, può riattivare processi riflessivi che il soggetto, nel pieno della condotta impulsiva, tende a sospendere.

Un terzo versante è quello del supporto alla regolazione emotiva. Strumenti digitali che includano esercizi di respirazione, tecniche di grounding, micro-pratiche di auto-osservazione o contenuti orientati alla stabilizzazione possono offrire un aiuto preliminare nella gestione dello stato interno, soprattutto nei momenti in cui il gioco viene utilizzato come regolatore improprio dell’attivazione emotiva.

Regolare l’istinto al gioco

Ancora più importante è forse il contributo sul piano della metacognizione. Diario esperienziale, domande guidate post-episodio, report periodici personalizzati e ricostruzione del nesso tra stato emotivo e comportamento possono aiutare il soggetto a trasformare l’agito in contenuto pensabile. In questo senso, la vera domanda clinicamente utile non è soltanto “quanto hai giocato?”, ma “che cosa stavi cercando di regolare, evitare o compensare prima di giocare?”.

In una prospettiva più avanzata, strumenti di questo tipo potrebbero anche dialogare con percorsi terapeutici strutturati, in particolare di orientamento cognitivo-comportamentale, fungendo da supporto alla continuità tra setting clinico e vita quotidiana. Ma è proprio su questo punto che occorre mantenere chiarezza: il digitale, in questo ambito, non sostituisce la relazione terapeutica né la presa in carico specialistica. Può però costituire un ponte prezioso tra consapevolezza iniziale, domanda di aiuto e accesso ai servizi.

Il valore di nuovi strumenti tecnologici, dunque, non è soltanto funzionale o informativo. È, più profondamente, la possibilità di trasformare un comportamento automatico in un processo osservabile, pensabile e almeno in parte regolabile. In questa prospettiva, tracking, notifiche di allerta, contenuti psicoeducativi e strumenti di autovalutazione non sono meri accessori tecnici, ma dispositivi di facilitazione cognitiva ed emotiva.

In conclusione, il Disturbo da gioco d’azzardo si configura come una condizione complessa, risultante dall’interazione tra vulnerabilità affettive, alterazioni neurobiologiche e distorsioni cognitive. Proprio per questa complessità, la risposta non può essere unidimensionale. Accanto al trattamento clinico e alla rete dei servizi, interventi centrati sulla consapevolezza e potenziati dall’impiego mirato di strumenti digitali possono rappresentare una risorsa utile sia sul piano preventivo sia nel sostegno ai percorsi di cura.

*Presidente EurekAcademy ETS, dottore di ricerca in neuroscienze e chirurgia maxillo-facciale, Università La Sapienza

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