Il ritratto intimo

Gino Bartali, la fede e l’altruismo dietro il campione delle due ruote

La storia meno nota del campione toscano che, oltre alle vittorie sportive, ha rischiato la vita per salvare centinaia di ebrei durante la guerra, guidato da una profonda fede

di Dario Ceccarelli

5' di lettura

English Version

5' di lettura

English Version

“Il bene si fa ma non si dice. Se sei bravo nello sport le medaglie si attaccano sulle maglie, e poi splenderanno in qualche museo. Quelle guadagnate nel fare il bene si attaccano sull’anima e splenderanno altrove…”

Parole che vanno dritte al cuore, quelle di Gino Bartali, grande campione che non ha bisogno di tante presentazioni. Fu protagonista del ciclismo eroico, quello del Dopoguerra, quando il corridore toscano ingaggiò con Fausto Coppi uno dei più straordinari duelli della storia dello sport e non solo dello sport.

Loading...

Pagine memorabili che ancora oggi, in un mondo sempre più veloce e globalizzato, lontano anni luce da quell’Italia che usciva dalle macerie della guerra, risuonano nella memoria collettiva.

Ma qui non vogliamo parlare di grandi rivalità o di imprese straordinarie. E di quella leggendaria coppia, che ha incatenato in cuore degli appassionati, ci interessa di più quello dei due che, per l’enorme alone epico dell’altro, è rimasto più sfuocato nel racconto collettivo. Parliamo appunto di Gino Bartali che non è stato solo un formidabile campione, capace di vincere due Tour de France, tre Giri d’Italia e tanto altro, ma anche uomo di sorprendente umanità e altruismo.

Doti che, per il suo carattere profondamente riservato, sono rimaste per anni sotto traccia, coperte dalla facile vulgata del brontolone mai contento che ripete all’infinito “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Una maschera, una parte in commedia. Tanto che quando nel 2013 l’organizzazione israeliana Yad Vashem gli assegnò il titolo Giusto tra le Nazioni, “per essersi distinto in rischiosissime operazioni allo scopo di mettere in salvo non meno di 800 ebrei”, molti rimasero allibiti. Possibile? Ma davvero? Ma perché lo ha sempre tenuto nascosto?

Come ben spiega Sergio Meda nel suo libro (Un uomo perbene, lo spirito carmelitano e francescano di Gino Bartali) solo dopo la morte del campione emerge il suo contributo effettivo alla Resistenza nel periodo 1943-44. Uno dei pochi a saperlo, del suo ruolo, era stato il figlio Andrea, vincolato però a non divulgarlo fino alla scomparsa del padre.

Chiedeva Andrea: “Perché mi hai detto tutte queste cose se non posso raccontarle?”.

Replicava Gino “Io voglio essere ricordato per le mie imprese sportive e non come eroe di guerra. Gli eroi sono altri. Io mi sono limitato a occuparmi di ciò che sapevo fare meglio: andare in bicicletta”.

Il coraggio di Bartali

Fa un certo effetto, in un periodo come il nostro dove trionfa l’apparenza e la tolleranza non è la prima delle virtù, rileggere parole così asciutte e dense di umanità. Nel libro, in cui emergono nuove preziose testimonianze, viene giustamente messo in evidenza il coraggio di Gino. Portare documenti d’identità falsi nel telaio della bicicletta, documenti per permettere ai perseguitati di circolare più liberamente, era molto pericoloso. Si veniva fucilati per molto meno. E anche se Bartali prendeva a pretesto i suoi lunghi allenamenti, andare e tornare in giornata da Firenze ad Assisi, in un’Italia flagellata dalla guerra, voleva dire esporsi a rischi pesanti. Una quarantina di viaggi si notano. E i fascisti, già maldisposti nei suoi confronti perché era iscritto all’Azione Cattolica e non al fascio, lo tenevano nel mirino. Una volta, andando a Roma al Vaticano, Bartali fu fermato senza conseguenze a un posto di blocco dei nazisti. Un’altra, nel luglio del 1944, venne condotto come persona sospetta a Firenze, a Villa Triste, dove i fascisti imprigionavano torturavano gli oppositori. “Stai con i preti e mandi armi al Vaticano!” lo accusa un maggiore fascista. “Io porto solo zucchero e farina” replica Bartali, che si salvò grazie un ufficiale che lo conosceva bene ed era un suo tifoso.

Tanti racconti, tante testimonianze, quelle che porta Meda, giornalista di lungo corso, che fanno capire meglio la figura di Gino Bartali. Che oltre ad essere “una pentola di fagioli in perenne ebollizione” (come diceva mamma Giulia) era davvero un uomo perbene, qualche volta ombroso, ma mai arrogante. Un uomo che non faceva mai pesare il suo status di campione. Odiava gli ipocriti e gli infingardi, con i quali spesso doveva trattenersi. Era ingenuo, nel senso che si fidava degli amici, cosa che gli procurò diversi guai finanziari. La sua fede, cresciuta nella sua frequentazione di Assisi, era sincera, ma non bigotta. “La sua - ricorda il figlio Andrea - era una religiosità molto pratica, osservante ma anche laica, nel senso che per lui il Vangelo era veramente vita vissuta e non semplicemente un libro da leggere”.

Oltre che un viaggio nella sua spiritualità, il libro è anche un viaggio nella figura del campione, in un periodo in cui il ciclismo era lo sport più popolare. Un viaggio in cui si raccontano pregi e difetti di un “toscanaccio” da cui discendeva il soprannome “Ginettaccio” e a cascata tanti altri nomignoli come “Uomo di ferro”, “Intramontabile”, Devoto” e via elencando. Meda, con tatto ma anche legittima curiosità giornalistica, scrive anche della sua vita privata, dell’affetto dei genitori, della dolorosa perdita del fratello Giulio, del suo amore affettuoso per la moglie Adriana, compagna di tutta una vita.

Poi c’è il Bartali corridore, che non molla mai, che fa impazzire Coppi, ma a cui pure alla fine vorrà anche bene. Due campioni che non solo hanno diviso l’Italia ma l’hanno anche ricompattata quando, insieme , hanno vinto in Francia. Non manca naturalmente il Tour del’48, quando Bartali, con la sua vittoria, avrebbe placato una possibile guerra civile dopo l’attentato a Togliatti. Vero? Falso?

Di sicuro Alcide De Gasperi, il leader Dc, gli chiese di dargli una mano spostando , con le sue vittorie, l’attenzione dei più bellicosi. Ma anche Palmiro Togliatti, capo del Pci, dal suo letto d’’ospedale ammonì i seguaci scrivendo: “Niente avventure, compagni”. Comunque sia Bartali, che recuperò oltre venti minuti di ritardo, fece un’impresa eccezionale riconquistando il Tour dieci anni dopo la sua prima vittoria nel 1938.

Gli aneddoti sono tanti e vi lasciamo il gusto di scoprirli. In particolare quelli sulla straordinaria fibra di Bartali, invidiato dai rivali perché aveva una salute di ferro con un cuore che batteva come un metronomo. Poteva mangiare tutto, che tutto digeriva. Non si fermava mai, neppure da anziano, quando seguiva il Giro d’Italia guidando una Golf bianca per fare pubblicità a una famosa bevanda o a qualche altro prodotto. La gente lo adorava e, quando scendeva dall’auto, non lo lasciava più andar via. Con il suo cappellino da ciclista, firmava migliaia di autografi e cartoline. Voleva andar via, ma intanto continuava a parlare.

Da questa Terra, invece, Gino andò via il 5 maggio 2000. Era un venerdì e quando mancò, nel primo pomeriggio, indossava il saio bianco dei Carmelitani Scalzi. “È andato in cielo ad abbracciare Coppi” scrissero i giornali che, almeno quelle volta, ci azzeccarono.

Sergio Meda

Un uomo per bene. Lo spirito carmelitano e francescano di Gino Bartali

Edizioni Francescane Italiane, 184 pagine, euro 15

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti