Gino Bartali, la fede e l’altruismo dietro il campione delle due ruote
La storia meno nota del campione toscano che, oltre alle vittorie sportive, ha rischiato la vita per salvare centinaia di ebrei durante la guerra, guidato da una profonda fede
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“Il bene si fa ma non si dice. Se sei bravo nello sport le medaglie si attaccano sulle maglie, e poi splenderanno in qualche museo. Quelle guadagnate nel fare il bene si attaccano sull’anima e splenderanno altrove…”
Parole che vanno dritte al cuore, quelle di Gino Bartali, grande campione che non ha bisogno di tante presentazioni. Fu protagonista del ciclismo eroico, quello del Dopoguerra, quando il corridore toscano ingaggiò con Fausto Coppi uno dei più straordinari duelli della storia dello sport e non solo dello sport.
Pagine memorabili che ancora oggi, in un mondo sempre più veloce e globalizzato, lontano anni luce da quell’Italia che usciva dalle macerie della guerra, risuonano nella memoria collettiva.
Ma qui non vogliamo parlare di grandi rivalità o di imprese straordinarie. E di quella leggendaria coppia, che ha incatenato in cuore degli appassionati, ci interessa di più quello dei due che, per l’enorme alone epico dell’altro, è rimasto più sfuocato nel racconto collettivo. Parliamo appunto di Gino Bartali che non è stato solo un formidabile campione, capace di vincere due Tour de France, tre Giri d’Italia e tanto altro, ma anche uomo di sorprendente umanità e altruismo.
Doti che, per il suo carattere profondamente riservato, sono rimaste per anni sotto traccia, coperte dalla facile vulgata del brontolone mai contento che ripete all’infinito “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Una maschera, una parte in commedia. Tanto che quando nel 2013 l’organizzazione israeliana Yad Vashem gli assegnò il titolo Giusto tra le Nazioni, “per essersi distinto in rischiosissime operazioni allo scopo di mettere in salvo non meno di 800 ebrei”, molti rimasero allibiti. Possibile? Ma davvero? Ma perché lo ha sempre tenuto nascosto?








