Analisi

Gimbe: nessun beneficio concreto ai cittadini dalla legge sulle liste d’attesa

A 18 mesi dall’approvazione mancano due decreti attuativi e la piattaforma oggi disponibile riporta indicatori incomprensibili ai pazienti

di Ernesto Diffidenti

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“A 18 mesi dalla conversione in legge, il Dl Liste di attesa non è ancora stato in grado di dare risposte concrete ai cittadini, confermando che il carattere di urgenza era incompatibile con un fenomeno molto complesso”. Lo afferma la terza analisi indipendente sullo stato di attuazione della norma condotta da Gimbe sottolineando che “mancano due decreti attuativi e la piattaforma oggi disponibile, oltre a non rendere pubblici i dati necessari a documentare le criticità regionali e aziendali, riporta i tempi di attesa nazionali con indicatori incomprensibili ai cittadini”. Per il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta, il duplice ritardo, normativo e tecnologico, “conferma che le liste d’attesa sono un sintomo del grave e progressivo indebolimento del Ssn, che richiede investimenti strutturali sul personale, coraggiose riforme organizzative, una completa trasformazione digitale e misure efficaci per arginare la domanda inappropriata di prestazioni”.

Oltre 57 milioni di prestazioni nel 2025

Nel 2025, rileva Gimbe, sono state erogate 57,8 milioni di prestazioni, ma la Piattaforma nazionale per le liste d’attesa (Pnle) “non dice dove si inceppano esami e visite, non consente di individuare dove si concentrano i ritardi e quali prestazioni riguardano: dati incomprensibili e nessuna fotografia per regione, azienda e prestazione”. Gimbe stima che il 30% delle prestazioni venga erogato in intromoenia “con l’esistenza di una coda invisibile dove resta intrappolata una persona su quattro, costretta ad attendere, a pagare di tasca propria o a rinunciare del tutto alla prestazione”.

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La piattaforma attualmente monitora 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati in base alla priorità indicata nella ricetta: urgente (entro 3 giorni), breve (entro 10 giorni), differita (entro 30 giorni per le visite ed entro 60 giorni per gli esami), programmata (entro 120 giorni).

Volumi delle prestazioni

Dei 57,8 milioni di prestazioni, 24,2 milioni sono prime visite specialistiche e 33,6 milioni esami diagnostici. Tra le 17 visite specialistiche, le prime 5 (oculistica, dermatologica/allergologica, cardiologica, ortopedica e otorinolaringoiatrica) rappresentano oltre il 54% del totale. Per i 95 esami diagnostici la metà delle prestazioni riguarda soli 10 test: ecografie (addome completo, mammella, capo e collo, muscolo-tendinea e osteo-articolare), ecocolordoppler (cardiaco, tronchi sovra-aortici, arti inferiori) e radiografie (torace, ginocchio, mammografia). “Per le visite specialistiche – commenta Cartabellotta – la domanda più elevata riguarda, cardiologia a parte, specialità d’organo lontane dalle competenze del medico di famiglia. Gli esami diagnostici più richiesti sono invece test di primo livello, per i quali vari studi internazionali stimano una quota di inappropriatezza pari ad almeno il 30%”.

Assenza di supporto ai cittadini

Al momento la Piattaforma non fornisce alcuna guida informativa su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati. “La piattaforma – rileva Gimbe – non indica le modalità per presentare segnalazioni o richieste di tutela, privando il cittadino di informazioni indispensabili per esercitare i propri diritti”.

“In questo scenario – commenta Cartabellotta – non mancano ovviamente le responsabilità delle Regioni, ma non al punto da attribuire loro la responsabilità del disallineamento tra obiettivi dichiarati (riduzione rapida delle liste) e l’assenza di risultati”. Sicuramente, in diverse realtà persistono anche pratiche illegittime già rilevate dai Nas (agende chiuse, liste di “galleggiamento”, etc.), cui si aggiungono i ritardi nella realizzazione di un CUP unico che includa anche le prestazioni del privato accreditato.

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