(Addii 1944-2024)

Gigi Riva, leggenda del calcio italiano, mito per un popolo

Lo scudetto vinto con il Cagliari riscattò l’isola e la portò al centro dell’attenzione

di Stefano Salis

Nato a Leggiuno. Condusse il Cagliari allo scudetto del 1970

2' di lettura

2' di lettura

Vi diranno, e leggerete, che è morto Gigi Riva detto Rombo di Tuono. Beh, non credeteci; non credetemi. È semplicemente assurto dove già stava, nel cielo dei miti e degli eroi, ché nessuno – nessuno! – nel calcio contemporaneo (nemmeno Maradona) e pochi altri nello sport in generale ha potuto significare tanto, ha dato con incredibile generosità, ha rappresentato così perentoriamente una causa, una bandiera, una storia, un popolo. Ha incarnato, mucchio d’ossa e muscoli possenti, una leggenda. Non serve rammentare qui che ancora oggi questo mancino esplosivo, nervi e metallo, sorrisi pochi e a denti stretti, scavato e ascetico come un san Francesco moderno (il ruolo che gli offrì Zeffirelli per un film che non si fece), sia ancora il detentore del record di gol nella Nazionale italiana: 35 in 42 partite e una gamba per la causa, contro l’Austria, che gli impedì di farne chissà quanti altri.

Ma la storia di Riva, “sardo profetico” come nessun altro (e ci metto i Lussu e i Gramsci, e giù nelle epoche, fino ad Eleonora d’Arborea o l’altrettanto mitico guerriero Amsicora), ma per caso nato a Leggiuno, non è quella di un calciatore. È quella di un capopopolo silenzioso, e forse suo malgrado, che a forza di staffilate di sinistro che spaccavano le reti era riuscito a portare, con un manipolo di amici (ancora prima che compagni), un’isola, remota da millenni, al centro dell’attenzione dell’Italia. Per la prima volta, maglia bianca, bordi rossoblù e i quattro mori sul petto, Riva riuscì a compiere il desiderio di una gente pressoché abbandonata dalla Storia e farle vivere il sogno, unico, del primato. E poi, consapevole di quello stato di semidivinità raggiunto, aveva sempre rifiutato di muoversi da quell’isola verso l’esterno. Che poi voleva dire negare il banale “seguire il denaro” che sembra sovrintendere le logiche più trite del capitalismo e delle “vite degli altri”. No: Riva era stato cocciuto e testardo, hombre vertical avrebbe detto Soriano, infischiandosene di miliardi e altri trofei. Schivo e ombroso, spesso a contatto con la depressione, era lì, a Cagliari, che la sua profezia doveva compiersi e si era realizzata, al sole della spiaggia del Poetto, dove amava passeggiare, vento forte che allontana il fumo dell’ennesima sigaretta.

Loading...

Addio a Gigi Riva, bandiera del Cagliari e della Nazionale

Photogallery20 foto

Il Mondiale del 1970, l’anno mirabile di questo Campione (maiuscola d’obbligo), gli sfuggì per la impari forza brasiliana; ma Riva era già emblema di una storia più piccola ma molto più iconica. Perché Giggirrriva, no, non è mai stato solo un calciatore e non lo sarà ora che “fisicamente” non c’è più. Il volto serio da bronzetto nuragico, rovesciate e colpi di testa, braccia alzate ad esultare compostamente, testimoniava una vicenda irripetibile. Certe storie non concedono il bis: non devono. Si tramandano; e si infavolano. «Quando Gigi Riva tornerà » – cantava Piero Marras – «non ci troveranno ancora qua / Con la vita in fallo laterale / E il sorriso fermo un po’ a metà / Tornerà la voglia di sognare». Non torna, Gigi Riva, diventato quel che era da tempo: leggenda, favola, ricordo. Esempio. Eroe d’altri tempi, d’altri uomini, d’altre storie. C’era un volta, Gigi Riva... cominciate a dirlo. A ripeterlo; e ci sarà, per sempre.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti