Genericamente, storie di identità, di genere, e di amore
Poter essere o poter fingere di essere, questo è il dilemma. Soprattutto per chi vuole soltanto esprimere la propria creatività
di Guido De Franceschi
6' di lettura
6' di lettura
Come se non bastasse il rampicante della discriminazione, c'è anche la xylella della suscettibilità a tutti i costi. E, insieme, queste due piaghe rischiano di accoppare il prezioso albero coltivato da chi vuole che ciascuno abbia pari opportunità, quali che siano il genere (inteso come gender) a cui si sente di appartenere e il suo orientamento sessuale.
La discriminazione è un male antico, di cui tutto si sa. Invece la ipersuscettibilità – che corrode tutti i pilastri della società contemporanea e che è splendidamente dissezionata, senza anestesia, da Bret Easton Ellis in Bianco (Einaudi) – quella è proprio una “novità” connaturata alla nostra epoca e porta a estremizzazioni, perlopiù nominalistiche, che avvelenano il terreno arato dai gender studies. E meno male che, a un certo punto, qualche benemerito ha posto il simbolo matematico dell'addizione in coda a quell'acronimo potenzialmente infinito, LGBTIQA+, arrestando così la proliferazione di lettere che, in un delirio tassonomico, lo stava rendendo inutilizzabile in contesti mainstream.
D'altronde, questa è un'epoca in cui ciascuno – nel ruolo di direttore editoriale, art director, regista, sceneggiatore e interprete di se stesso – impagina con testi, immagini (perlopiù selfie) e stories il racconto della sua vita, pubblicandolo sui social. E così, in questo tempo di grande controllo sulla (sovra)esposizione in pubblico della propria identità, ogni “categoria” che sia più ampia dell'“io”, se calata dall'esterno, sembra un'intollerabile deformazione della propria specificità, anche quando l'eventuale imprecisione della definizione non abbia niente di offensivo.
Qui non ci si vuole addentrare in questioni politiche o etiche, ma si cerca soltanto di capire come possa ancora funzionare – attraverso parole, musica e immagini – il racconto del nostro mondo complicato. Infatti, questa è anche un'epoca in cui chi racconta per mestiere, per esempio gli scrittori o i registi, è fatalmente attratto dall'autobiografismo. E oltretutto, se qualcuno si incapricciasse di rinnovellare quell'antico genere letterario noto come “romanzo”, e quindi di raccontare qualcosa di distante dalla propria esperienza personale, rischierebbe facilmente, soprattutto Oltreoceano, l'accusa di appropriazione culturale o di mansplaining letterario – e, attenzione, perché, uscite dalla forgia sempre rovente delle suscettibilità incrociate, già serpeggiano in Rete contraccuse di womansplaining (“maternalismo”) e di “eterofobia”.
Anzi, si può incorrere in sanzioni morali anche soltanto se, da attori, si interpreta un ruolo, come è successo a Halle Berry, che ha dovuto rinunciare a impersonare un personaggio di genere non-binario, perché “un ruolo transgender deve essere interpretato da un attore transgender”. Ah, sì? Intanto, qualche settimana fa, il Festival del cinema di Berlino ha annunciato l'introduzione dell'Orso genderless: d'ora in poi, i premi per il miglior attore e per la migliore attrice saranno sostituiti da un Orso d'argento per la migliore interpretazione da protagonista e da un Orso d'argento per la migliore interpretazione da non protagonista, due trofei che potranno quindi essere assegnati indistintamente a un uomo, a una donna o a chi si riconosca in un genere non-binario.













