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Gaza: ricongiungimenti familiari bloccati tra Italia, Grecia e Spagna

Nonostante sentenze e permessi approvati, centinaia di palestinesi restano separati dai propri figli e familiari nella Striscia di Gaza

di Valentina Furlanetto (Il Sole 24 Ore), Kostas Zafeiropoulos (EfSyn, Grecia) e Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna)

 ANSA/ALESSANDRO DI MEO

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Sono circa un migliaio i gazawi che sono riusciti a uscire da Gaza e raggiungere l’Italia nell’anno scorso. Gli ultimi dati ufficiali forniti dalla Farnesina risalgono al 13 agosto 2025 e si parlava di oltre 900 persone. A quella data il Ministero degli esteri aveva dichiarato che le operazioni umanitarie avevano portato in Italia in otto mesi oltre 900 civili palestinesi dalla Striscia di Gaza, inclusi oltre 196 bambini malati e i loro familiari. Le evacuazioni sono avvenute principalmente attraverso voli della Guardia di Finanza da Amman, dopo il passaggio dal valico di Kerem Shalom. Altri 70 gazawi sono arrivati in Italia ai primi di ottobre. La Farnesina non ha fornito dati scorporati per categoria, quindi non è possibile sapere quanti sono effettivamente i palestinesi arrivati finora in Italia per ricongiungimenti familiari o con altri permessi.

In questo contesto restano molte criticità evidenziate dalle associazioni. In particolare l’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) sostiene che molti palestinesi aspettano di ricongiungersi con i loro familiari in Italia e non riescono a farlo, nonostante il Tribunale ordinario di Roma, con due provvedimenti del 9 e 10 settembre 2025, abbia ordinato al governo italiano di rilasciare visti di ingresso per motivi familiari a favore di cittadini residenti nella Striscia di Gaza. “Ad oggi però queste decisioni del Tribunale di Roma non sono state messe in atto. Le ambasciate non stanno apponendo i visti perché sostengono che è possibile solo quando le persone sono fisicamente presenti in Consolato” spiega l’avvocato Anna Brambilla di Asgi. “Nei contenziosi che stiamo portando avanti – spiega la legale - l’Avvocatura dello Stato ci sta dicendo che questi visti quando vengono emessi garantiscono comunque solo l’entrata in Italia e non l’uscita da Gaza, che dipende da Israele e sono le autorità israeliane che spesso non permettono l’uscita dalla Striscia. Abbiamo molti palestinesi bloccati. Le persone che sono uscite finora e che abbiamo assistito di solito hanno situazioni di salute gravi”.

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La decisione del Tribunale di Roma è importante perché non mette al centro solo i legami familiari, ma l’estrema gravità della crisi umanitaria in corso. La sentenza riguardava il caso di due coniugi, lui cittadino palestinese, lei cittadina italiana, che hanno chiesto il visto di ingresso per alcuni loro familiari, residenti nella Striscia di Gaza. Il Tribunale, preso atto dell’urgenza estrema e della situazione oggettiva nella Striscia ha accolto l’istanza, ordinando il rilascio immediato del visto. Secondo i giudici la permanenza nel Paese di origine rappresentava un pericolo esistenziale.

Drammatica è poi la situazione degli studenti palestinesi con figli. A maggio 2025 è nato il progetto IUPALS (Italian Universities for Palestinian Students), pensato per facilitare l’accesso degli studenti palestinesi ai corsi universitari in Italia. IUPALS ha offerto circa 150 borse di studio per studenti residenti nei territori palestinesi, distribuite tra 41 atenei. Le borse, che si aggirano attorno ai 12 mila euro, dovrebbero coprire le tasse universitarie, l’assicurazione sanitaria e l’alloggio. Il problema è però che è difficile far uscire gli studenti da Gaza. Per ottenere un visto è, infatti, richiesto loro di andare in un ufficio del Consolato italiano che si trova fuori da Gaza, a Ramallah, in Cisgiordania. Stesso discorso vale per l’autenticazione dei titoli accademici. Ma nessuno può uscire dalla Striscia.

C’è un ulteriore problema che riguarda gli studenti: se hanno dei figli non possono portarli con loro, non è previsto dalla normativa. L’attuale legge italiana prevede infatti solo successivamente il ricongiungimento familiare. Per questo la scrittrice Widad Tamimi e la senatrice a vita Liliana Segre hanno rivolto al ministro degli Esteri Antonio Tajani un appello affinchè “I giovani genitori palestinesi in procinto di arrivare in Italia con borse di studio possano portare con sé da subito i propri figli”.

Il caso greco: decisioni approvate ma famiglie bloccate

Una situazione analoga si registra anche in Grecia, dove decine di rifugiati palestinesi con decisioni positive di ricongiungimento familiare continuano a rimanere separati dai propri figli e coniugi rimasti nella Striscia.

Per cinque mesi il palestinese Santi Baraka, residente in Grecia, non ha saputo se la sua famiglia fosse ancora viva. La casa a Khan Younis è stata completamente distrutta. La moglie e i sei figli si sono spostati più di venti volte. Una delle figlie soffre di asma cronica, ma non ci sono inalatori né cure disponibili. Il padre è costretto su una sedia a rotelle rotta, in una tenda esposta alle intemperie. In Grecia la riunificazione per questa famiglia è stata approvata, ma solo sulla carta: a Gaza la famiglia non può partire. «L’unica cosa che chiediamo al governo greco -- dice Baraka -- è di coordinarsi con il consolato al Cairo per far uscire le nostre famiglie da Gaza. Non hanno elettricità. Ci sono troppe malattie. Amiamo la nostra terra, ma vogliamo vivere con dignità e sicurezza. Non c’è vita lì per noi».

Il nodo è simile a quello italiano: le famiglie dovrebbero presentarsi fisicamente al consolato greco al Cairo, ma nessuno garantisce un’uscita sicura da Gaza né il transito verso l’Egitto.

Sul piano europeo, nell’ottobre 2025 l’European Network of Ombudspersons for Children (ENOC) ha inviato una lettera aperta alla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola chiedendo un intervento urgente per i minori bloccati nella Striscia nonostante decisioni positive di ricongiungimento emesse dagli Stati membri. Il network ha sottolineato che la mancata attuazione delle decisioni può configurare una violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dal diritto europeo, ricordando che il superiore interesse del minore deve essere considerato prioritario. Un’iniziativa sostenuta anche dall’organizzazione paneuropea Eurochild, che ha ribadito come l’unità familiare non sia una scelta politica ma un obbligo giuridico.

A dicembre 2025, 21 eurodeputati di quattro gruppi politici hanno presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea su iniziativa del vicepresidente del gruppo The Left Kostas Arvanitis, chiedendo perché le decisioni di ricongiungimento per minori a Gaza non vengano attuate. A oltre due mesi di distanza, la Commissione non aveva ancora fornito risposta.

Secondo i dati Eurostat, nel 2023 nei Paesi Ue più Norvegia, Islanda e Liechtenstein sono state rilasciate tra 5 mila e 7 mila prime autorizzazioni al soggiorno per ricongiungimento familiare a beneficiari di protezione internazionale di nazionalità palestinese; nel 2024 il numero sarebbe salito tra 7 mila e 10 mile, con un aumento significativo dopo il 7 ottobre 2023. I Paesi con numeri più elevati risultano Germania, Svezia, Paesi Bassi, Belgio e Italia. Tuttavia non esiste un dato europeo sul numero effettivo di ricongiungimenti realmente completati, cioè con arrivo fisico dei familiari.

La Spagna e il progetto Aman

In Spagna, circa 800 gazawi si trovano attualmente nel Paese all’interno del sistema di protezione internazionale. Una parte significativa è arrivata attraverso il progetto AMAN, un programma coordinato dall’World Health Organization insieme ai ministeri spagnoli della Salute e dell’Inclusione, finalizzato all’evacuazione sanitaria di minori con gravi patologie oncologiche o ferite non curabili a Gaza. Il progetto prevede l’uscita dei bambini – insieme ai familiari – attraverso Egitto o Giordania e il successivo trasferimento in diverse comunità autonome spagnole. Una volta atterrati, l’accoglienza è gestita dall’organizzazione ACCEM, presente in quasi tutte le regioni.

«La prima sfida per le famiglie è andare avanti e costruire una vita il più stabile possibile, ma con il cuore e la mente lacerati da ciò che accade in Palestina», spiega Pedro de Santiago, responsabile comunicazione di ACCEM. «Un giorno possono sentirsi motivati a restare in Spagna, il giorno dopo una notizia da Gaza rimette tutto in discussione».

Secondo ACCEM, molte famiglie sono state separate già al momento dell’uscita: le autorità israeliane avrebbero autorizzato il passaggio solo di alcuni membri, aumentando il trauma. Inizialmente l’arrivo era previsto per tre mesi, ma quasi tutte le famiglie hanno poi deciso di chiedere protezione internazionale in Spagna. «È una decisione difficilissima – sottolinea de Santiago – perché significa lasciare indietro parenti e, di fatto, un’intera vita. Ma per i bambini che necessitano cure mediche o semplicemente stabilità, la Spagna è diventata un rifugio».

L’intervento non riguarda solo le cure ospedaliere: ACCEM fornisce alloggio, mediazione linguistica, accompagnamento sanitario e soprattutto sostegno psicologico fin dal primo giorno, sia ai minori sia ai familiari, chiamati ad affrontare il trauma della guerra e l’incertezza di un possibile ritorno.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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