Quest’ultimo ostacolo è particolarmente serio nella regione degli Appalachi, da cui proviene quasi un terzo del gas americano: «I limiti della capacità di trasporto nella regione sono ormai stati raggiunti», ammette l’Energy Information Administration (Eia), che fa capo al Governo, e non si riescono a costruire nuovi gasdotti, per l’esplosione dei costi, per la minor propensione a finanziare investimenti nei combustibili fossili e per le crescenti proteste ambientaliste, sfociate in alcuni casi in lunghe cause giudiziarie.
Anche le pipeline in uscita dal bacino di Permian (dove la produzione di gas ormai cresce soprattutto al traino del petrolio) potrebbero arrivare a saturazione nel 2023, temono molti analisti.
I problemi dello shale gas potrebbero insomma non avere una soluzione facile, né immediata: uno scenario che proietta qualche ombra sulla speranza che Washington possa davvero aiutarci a sostituire fino a un terzo delle nostre importazioni da Gazprom.
Il patto tra la Casa Bianca e la Commissione europea, stipulato a fine marzo, mette a disposizione del Vecchio continente fino a 50 miliardi di metri cubi di gas americano entro il 2030, circa il doppio dell’attuale capacità di esportazione di Gnl a stelle e strisce (che è raddoppiata dal 2019). Ma lo stesso Governo Usa sembra scettico sulla possibilità di espandere rapidamente le estrazioni di combustibile, prima ancora che la capacità di liquefazione.
Le ultime previsioni dell’Eia, pubblicate ad aprile, indicano che la produzione di gas aumenterà del 4% nel 2022, a una media di 97,4 miliardi di piedi cubi al giorno (circa 2,8 miliardi di metri cubi) e del 3,5% il prossimo anno, a 100,9 miliardi.