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Titoli di Stato sotto tiro
Non si arresta l’ondata di vendite sul segmento dei governativi. Perché? Ne parliamo con Andrea Campisi, senior investment manager di Pictet AM
Ascoltalo oradi Sissi Bellomo
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Il gas «made in Usa» non è mai stato tanto richiesto e tanto ben pagato, soprattutto in Europa, dove proprio grazie ad acquisti record di Gnl siamo già riusciti in parte a ridurre la dipendenza dalla Russia. Ma se gli impianti di liquefazione d’oltreoceano lavorano a pieno ritmo (sia pure con qualche fermo per manutenzione ad aprile) lo stesso non accade nei giacimenti.
La produzione di shale gas non si è messa a correre, né si osservano segnali di un imminente risveglio delle attività estrattive: un torpore che sorprende, visto che anche negli Stati Uniti il prezzo del combustibile si è impennato, più che raddoppiando da inizio anno e spingendosi ai massimi dal 2008, sopra 8 dollari per MMBtu all’Henry Hub.
Rincari così rapidi ed accentuati in passato avrebbero scatenato i “frackers”, che con le tecniche della fratturazione idraulica e della trivellazione orizzontale sono stati i veri artefici della rinascita della potenza energetica degli Usa. Ma le compagnie del settore dopo anni di attività frenetica e di bilanci in profondo rosso hanno perso l’esuberanza, lasciandosi mettere in riga dagli investitori.
Complice anche l’aumento del costo del denaro (che con le strette monetarie della Fed è destinato a continuare) oggi gli operatori dello shale preferiscono ridurre il debito e pagare lauti dividendi e buyback, piuttosto che mettere in funzione nuove trivelle. Ma non è solo questo a pesare.
La produzione di gas negli Usa è frenata anche da rincari e carenze di materiali e attrezzature, difficoltà a trovare personale specializzato e da uno scarso sviluppo delle infrastrutture, in particolare i gasdotti che dovrebbero portare il combustibile verso la rete di distribuzione nazionale o verso i terminal (vecchi e nuovi) per Gnl.