Nel frattempo qualcosa si è mosso anche in Russia. Un secondo decreto del Cremlino, datato 4 maggio, ha spazzato via i dubbi su un coinvolgimento della Banca centrale: la conversione in rubli è stata affidata in via esclusiva al Centro di compensazione nazionale, che fa capo al Micex, la Borsa di Mosca.
Il cambio, che precede l’accredito sul conto di Gazprom, verrà effettuato entro due giorni lavorativi, aveva già chiarito il 29 aprile la governatrice di Bank Rossiya, Elvira Nabiullina: l’operazione non può quindi essere vista come un prestito “mascherato” alla Russia.
Alla fine a Bruxelles è prevalsa la realpolitik. D’altra parte oggi non saremmo in grado di sopportare uno stop immediato e totale delle forniture di gas russo: la stessa Commissione Ue ce l’ha confermato lunedì 16 maggio con le previsioni economiche di primavera, in cui avverte che una chiusura dei rubinetti sarebbe una condanna senza appello alla stagflazione, con la crescita europea appiattita allo 0,2% e l’inflazione sopra il 9%.
Il tempo per decidere su gas e rubli peraltro era agli sgoccioli. Alcuni clienti di Gazprom hanno già dovuto saldare le forniture di aprile (e l’hanno fatto con il nuovo sistema, visto che nessuno è stato “punito” come Polonia e Bulgaria).
Per tutti gli altri il termine scadrà entro fine maggio. È il caso anche dell’Eni, che ha preso tempo fino all’ultimo per evitare passi falsi, ma è pronta ad aprire anche il conto in rubli una volta ufficializzato il placet di Bruxelles: si presume che la compagnia debba avviare la procedura questa settimana, visto che per definire la pratica serve qualche giorno.