L’intervista

Gandini: «Per Flos B&B Group rimettiamo al centro il progetto industriale»

Piero Gandini, nuovo presidente esecutivo del gruppo, racconta la sua strategia di sviluppo: si parte dal prodotto e da una distribuzione più focalizzata su canali B2B

di Giovanna Mancini

Piero Gandini, presidente esecutivo Flos. (Imagoeconomica)

3' di lettura

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Comee spesso accade, i grandi progetti hanno una genesi un po’ casuale. «Durante un incontro fortuito con Marco De Benedetti (chairman of Italy di Carlyle, ndr), abbiamo cominciato a parlare delle aziende del gruppo e abbiamo scherzato sul fatto che io potessi rientrare». Poi lo scherzo è diventato una cosa seria e in gennaio Piero Gandini è rientrato con la carica di presidente esecutivo in Flos B&B Italia Group, che comprende Flos, B&B Italia, Louis Poulsen, Maxalto, Arclinea, Azucena, FENDI Casa, Audo Copenhagen e Lumens, ed è controllato pariteticamente da Carlyle e da Investindustrial. Gruppo che lo stesso Gandini (per molti anni amministratore delegato di Flos) aveva contribuito a fondare nel 2014 e aveva poi lasciato nel 2019.

Con quale obiettivo è tornato? 

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In questi cinque anni gli azionisti hanno cercato uno sviluppo molto legato all’obiettivo della quotazione, che non è avvenuta. Ora che l’Ipo non è più sul tavolo, occorre tornare a una gestione prettamente industriale delle società del gruppo, con le tempistiche e le priorità tipiche dell’attività di un’azienda di design. Dobbiamo rimettere al centro dell’attenzione il vero motivo per cui queste aziende esistono e sono cresciute negli anni, legato alle loro capacità editoriali e industriali di sviluppo.

Nel concreto, cosa farà?

Molte cose sono state fatte in questi anni per lo sviluppo delle aziende. Anni peraltro molto complessi, caratterizzati dal Covid, dall’esplosione della domanda seguita alla fine della crisi, dalle guerre e dall’instabilità geopolitica. Sono aziende sane e solide. Il gruppo ha chiuso il 2024 in leggero calo rispetto al 2023 (i ricavi LTM per l’esercizio al settembre 2024 sono pari a 761,8 milioni di euro, ndr), ma con ebitda in linea. Ora serve però un cambio culturale, per affrontare le priorità secondo una logica industriale, a cominciare dalla progettazione e realizzazione di un certo numero di prodotti vincenti ogni anno e dalla riorganizzazione della rete commerciale. Sono azioni che richiedono tempo e, d’accordo con gli azionisti, ci prenderemo il tempo necessario.

Cosa cambia per le singole società del gruppo?

L’idea è rendere tutte le aziende, indipendentemente dal fatto che facciano parte di un gruppo unico, capaci di esprimere la loro identità editoriale, industriale, evolutiva, con tutto il loro know-how e con risultati che vogliamo che siano di successo.

Come cambierà la distribuzione?

Io non credo che si possano applicare a tutti i settori industriali criteri e dinamiche di sviluppo che hanno funzionato in alcuni comparti. Oggi si tende ad accomunare, sotto l’etichetta di lusso, qualunque realtà che abbia prodotti di alta gamma e avendo come modello sempre la moda. Ma l’arredo-design non è la moda, che si è espressa ed è cresciuta, peraltro attraverso processi di concentrazione che non si sono visti in nessun altro settore, mediante strategie distributive B2C fondate in gran parte sui negozi a gestione diretta, i Dos. Il nostro è un comparto che, invece, si fonda molto di più su dinamiche multicanale, mantenendo nel wholesale e nel contract le basi del proprio sviluppo. Inoltre, i nostri sono prodotti durevoli. Credere che lo strumento fondamentale di crescita sia aprire ovunque dei Dos, negozi a gestione diretta, secondo me è un equivoco. Può essere utile averne uno a Milano, a New York, a Shanghai, ma non averne decine.

Quali sono le altre priorità? 

Il nostro non è un mestiere complicato. È un mestiere complesso, però: bisogna saper fare prodotti belli e validi dal punto di vista del loro significato culturale e della loro riconoscibilità e vendibilità sul mercato. Bisogna avere aziende che sappiano proteggere i valori del proprio brand e diffonderli in modo corretto. E avere una relazione professionale con i propri clienti.

Siete al lavoro sul nuovo piano industriale?

Sì, ma il tema adesso più che i numeri sono le dinamiche. Dovremo rivedere il modello della holding, che tendeva a centralizzare molte funzioni, a volte moltiplicandole. Ritengo sia più efficace un’organizzazione verticale. Poi le eventuali sinergie saranno tutte benvenute.

Obiettivi di crescita?

Quest’anno soprattutto e in parte l’anno prossimo saranno anni interlocutori, serviranno a riorganizzare le aziende, per poi ripartire come si deve: hanno tutte grandi potenzialità di sviluppo. Penso soprattutto a una crescita organica del gruppo: prima di guardare a nuove acquisizioni vorrei consolidare quello che abbiamo».

Vai al dossier: Salone del mobile

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