Pressione economica e rapporto con gli artisti
Tutte le gallerie rivendicano la propria funzione culturale: accompagnare gli artisti nella costruzione della carriera, produrre mostre, sostenere la ricerca. Ma oggi questo lavoro richiede investimenti crescenti. “Un gallerista assume sempre un grande rischio in nome del supporto alla cultura – afferma Massimo De Carlo – e credo che questa posizione non sia mai riconosciuta per il suo valore”.
Matthew Noble sottolinea la sproporzione tra il tempo necessario per costruire una carriera artistica e quello richiesto dal mercato per riconoscerne il valore economico.
Federica Schiavo ricorda come siano soprattutto le gallerie medio-piccole a svolgere il ruolo di laboratorio di ricerca e crescita delle nuove generazioni di artisti, pur con risorse sempre più limitate.
Anche il collezionista è cambiato
Le gallerie descrivono un pubblico più selettivo, con tempi decisionali più lunghi e meno acquisti impulsivi. In un contesto di maggiore prudenza economica diventa frequente la richiesta di maggiore flessibilità nei pagamenti, con un impatto sulla gestione della liquidità. Per Francesca Simondi il problema principale riguarda il ricambio generazionale dei collezionisti, mentre Pinksummer evidenzia la distanza tra primo e secondo mercato: una differenza di prezzo troppo elevata può disincentivare nuovi acquirenti. Sara Zanin pur condividendo che “il collezionista è sicuramente più prudente e selettivo”, tuttavia, quando trova qualità, coerenza e prezzi corretti, continua ad acquistare.
La fascia oggi più dinamica, secondo la maggioranza delle gallerie intervistate, si colloca sotto i 30 mila euro, con un riferimento frequente intorno ai 15 mila euro. Solo Massimo Minini e Consonni/Radziszewski indicano come fascia più attiva quella compresa tra 25 e 50 mila euro.
Fiere indispensabili, ma il modello deve cambiare
Le fiere continuano a rappresentare uno degli appuntamenti centrali del mercato dell’arte contemporanea, ma nessuna galleria le considera più un investimento automatico. I costi di partecipazione sono aumentati insieme alle spese di trasporto, allestimento e logistica, mentre il ritorno economico è diventato più difficile da prevedere. Eppure quasi nessuno pensa di rinunciarvi.
Le fiere restano fondamentali non soltanto per vendere, ma per consolidare il posizionamento internazionale della galleria, incontrare collezionisti, curatori e istituzioni. Per le gallerie che hanno fornito un dato, la quota di vendite generate attraverso le fiere oscilla tra il 40 e il 70% del fatturato annuale, con una media vicina al 60%.
Il cambiamento riguarda soprattutto la selezione: meno appuntamenti, scelti con maggiore attenzione. La tendenza comune è quella di partecipare a meno fiere, scegliendole con maggiore attenzione. Se per Luca Castiglioni (Milano) le fiere «non convengono più», per Dario Bonetta di A+B (Brescia) alcune continuano a funzionare, mentre altre hanno progressivamente perso efficacia. RIBOT (Milano) è passata da sette fiere all’anno a tre perché, per una galleria che lavora con giovani artisti, il rapporto tra costi e benefici non è più favorevole. Matèria (Roma), che partecipa in media a quattro fiere, sottolinea come la selezione sia ormai una condizione indispensabile per garantire la sostenibilità economica, mentre Monitor, pur considerandole necessarie, ritiene strategico ridurne il numero almeno nel breve periodo.
Per P420 le fiere restano invece imprescindibili: la galleria partecipa a 12 appuntamenti internazionali all’anno, ma la scelta è sempre più rigorosa e dipende anche dalla qualità della direzione della manifestazione, la cui capacità di attrarre collezionisti, curatori e operatori qualificati incide direttamente sul ritorno dell’investimento.
Anche Martina Simeti considera le fiere fondamentali, ma mette in discussione il loro attuale modello economico. Le gallerie che lavorano con artisti emergenti sostengono costi analoghi a quelli delle grandi realtà internazionali, pur operando su fasce di prezzo molto più basse. Il rischio, osserva, è che il sistema finisca per favorire programmi più commerciali a discapito della ricerca. Da qui l’interesse verso nuovi format, come Paris Internationale e Basel Social Club, che sperimentano modelli più sostenibili.
Una riflessione condivisa anche da Federica Schiavo, secondo la quale il sistema fieristico sembra rispondere sempre più alle esigenze delle grandi gallerie, mentre le realtà medio-piccole, protagoniste della ricerca e della crescita dei giovani artisti, faticano a sostenere costi sempre più elevati. Una fiera, osserva, non può più essere considerata automaticamente redditizia, ma va valutata in base ai costi complessivi, alla qualità del pubblico, alla coerenza con il programma della galleria e alla capacità di generare opportunità nel medio periodo.
Raffaella Cortese aggiunge un ulteriore elemento: oggi il rapporto tra galleria e fiera è sempre più integrato. Le trattative possono nascere in galleria e concludersi in fiera, oppure seguire il percorso inverso, perché i tempi decisionali dei collezionisti si sono allungati. È anche per questo che la crescita costante dei costi rende indispensabile una selezione sempre più attenta dei mercati e delle manifestazioni su cui investire.
Più che un semplice luogo di vendita, la fiera sta diventando uno strumento di posizionamento, relazione e sviluppo internazionale. La sua efficacia non si misura più soltanto nel volume delle vendite realizzate durante la manifestazione, ma nella capacità di costruire nel tempo nuove opportunità commerciali, istituzionali e culturali.