Universo nei libri

Galileo, appunti per cambiare il cosmo

Lo studioso Ivan Malara ha ritrovato a Firenze l’edizione annotata da Galilei dell’Almagesto di Tolomeo. Così la teoria eliocentrica era pronta per fare ingresso nella scienza. Racconto di una scoperta

di Ivan Malara

Grafia minuta. Due delle pagine squadernate dell’edizione dell’«Almagesto» di Tolomeo con le fitte annotazioni di Galileo Galilei che commenta i passi del libro stampato a Basilea

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Non sempre le ricerche d’archivio ripagano le fatiche di chi le intraprende; più spesso si traducono in pazienti attese, silenzi, false piste. Talvolta, però, capita che la perseveranza, insieme a un po’ di fortuna, venga ricompensata da una scoperta capace di mutare la prospettiva di uno sguardo ormai assuefatto. È proprio quello che mi è accaduto durante una di tali ricerche: tra i tanti volumi che stavo consultando alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, ne è emerso uno davvero inatteso, corredato di cospicue postille autografe. Postille che si sono poi rivelate essere di Galileo.

Tutto è iniziato poco più di tre anni fa. Il mio lavoro mirava a colmare una lacuna che consideravo significativa: chiarire quale fosse la conoscenza che Galileo aveva dell’Almagesto di Tolomeo, composto verso la metà del II secolo d.C. e per oltre un millennio testo di riferimento imprescindibile per lo studio dell’astronomia. Ovviamente, la consuetudine di Galileo con il sistema geocentrico di Tolomeo era ben nota e documentata. Ma che lettura aveva fatto dell’Almagesto, quale edizione aveva usato? E, soprattutto, che ruolo ebbe tale lettura nel suo approccio al De revolutionibus orbium coelestium (1543) di Copernico, dove si proponeva invece una visione eliocentrica dell’universo? Nella vastissima letteratura critica su Galileo, queste domande sono rimaste sullo sfondo, senza ricevere l’attenzione che meritavano.

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Grafia minuta.

L’ipotesi che ha guidato la mia ricerca può sembrare audace, perfino paradossale: forse uno dei fattori decisivi che portarono Galileo ad abbracciare la dottrina di Copernico fu proprio la sua padronanza degli aspetti più specialistici dell’Almagesto di Tolomeo. Certo, si tratta di due sistemi cosmologici opposti: quello di Copernico eliocentrico e quello di Tolomeo geocentrico. È anche vero però che erano stati entrambi formulati con la stessa lingua matematica e si avvalevano di tecniche astronomiche in larga parte condivise. Di conseguenza, l’Almagesto forniva a Galileo la grammatica indispensabile per comprendere il De revolutionibus.

A conferma di ciò, rivestono particolare importanza le parole dello stesso Galileo.

In polemica con un aristotelico e agguerrito anti-copernicano, lo invitava a studiare con cura l’Almagesto prima di affrontare l’opera di Copernico. Il risultato, prometteva, sarebbe stato a dir poco «meraviglioso»: «cangerete opinione intorno al Copernico, e vi accerterete come è impossibile l’intenderlo e non concorrer con la sua opinione». Affermazioni di questo tipo sono state spesso considerate come esercizi di raffinata retorica. Si è ritenuto che servissero a sottolineare le claudicanti competenze che i sostenitori del geocentrismo avevano del testo di Tolomeo.

Pur tenendo conto del loro tono derisorio, ho deciso di prenderle seriamente e di sottoporle a una puntuale verifica storico-documentaria, con l’obiettivo di individuare indizi trascurati o nuove informazioni. E per farlo ho analizzato i cosiddetti De motu antiquiora, un insieme di testi che Galileo scrisse durante gli anni pisani (1589-1592) e lasciò inediti.

Questi testi sul moto dei corpi, infatti, rivelano l’immagine di un Galileo non solo accorto lettore dell’Almagesto, ma anche profondo conoscitore delle sofisticate dimostrazioni matematiche di Tolomeo.

In un passo, afferma peraltro di aver scritto un commento all’opera dell’astronomo alessandrino, di cui però non sappiamo che fine abbia fatto. Appurato ciò, il tassello mancante era comunque sempre lo stesso: su quale edizione dell’Almagesto aveva studiato Galileo? Era quindi necessario allargare la ricerca ed esaminare le prime edizioni a stampa dell’Almagesto presenti nelle biblioteche fiorentine, per vedere se presentassero delle annotazioni; un lavoro che ha richiesto tempo e pazienza, ma che alla fine ha dato i suoi frutti. Nel fondo magliabechiano della Biblioteca Nazionale Centrale mi sono imbattuto in un volume stampato a Basilea nel 1551, che contiene la traduzione latina di gran parte delle opere allora note di Tolomeo, tra cui appunto l’Almagesto. Un Almagesto molto speciale, perché pieno di numerose postille quasi certamente riconducibili alla mano Galileo.

Gli indizi a favore di questa attribuzione sono apparsi subito convincenti. Anzitutto, la grafia e il modo di annotare, simili a quelli degli scritti giovanili di Galileo. Ma la conferma più solida è arrivata dalla sorp

rendente corrispondenza tra il contenuto di alcune postille e passaggi molto specifici dei manoscritti di Galileo sul moto, i già citati De motu antiquiora, e anche di opere a stampa anteriori o posteriori al Sidereus Nuncius (1610).

In una postilla al terzo capitolo del primo libro dell’Almagesto, l’estensore della nota critica una tesi di Tolomeo appellandosi all’esperienza, esattamente negli stessi termini in cui lo fa Galileo nei De motu. Da un’altra postilla emerge una definizione non aristotelica di “pesante” e “leggero”, identica a quella formulata da Galileo nei medesimi scritti.

Ulteriori indizi – dal modo di scrivere alcuni nomi propri, che tradisce una mano italiana, fino ai criteri di sottolineatura e richiamo a margine – coincidono con ciò che conosciamo bene dei libri certamente glossati da Galileo, molti dei quali sono oggi conservati nel fondo magliabechiano dove si trova l’Almagesto annotato.

Nei prossimi mesi pubblicherò sul «Journal for the History of Astronomy» un’analisi più ampia e dettagliata di questa scoperta, nella quale i diversi elementi qui richiamati saranno discussi in modo sistematico. Al momento, l’attribuzione delle postille a Galileo è corroborata dal parere di autorevoli esperti. Se essa troverà ulteriori riscontri da altre indagini, saremo di fronte a una fonte di grande rilievo: non solo per la biografia intellettuale di Galileo, che si arricchirebbe di un tassello finora ignoto, ma anche per ripensare da una nuova prospettiva le motivazioni che spinsero uno dei principali fondatori della scienza moderna a sostenere e difendere, dopo aver accuratamente studiato l’Almagesto, il sistema copernicano.

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