Sport

Galbusera, Boggioni e Dell’Orto campionesse oltre le discriminazioni

Dalla Nazionale pallavolo sorde alle paralimpiadi di nuoto, al football americano femminile le tre atlete raccontano il loro percorso al decennale di Alley Oop

di Maria Paola Mosca

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La pratica sportiva come motore di inclusione. Un concetto non da tratteggiare solo a parole ma da raccontare attraverso l’esperienza vissuta in prima persona. E martedì 3 marzo, a Roma, la celebrazione dei dieci anni di Alley Oop sono stati anche questo: testimonianza dalle vive voci di chi, facendo esperienza diretta del della discriminazione perché si è diversi, ha saputo ridefinire e sta ridefinendo gli standard di visibilità della diversità nello sport di alto livello.

Durante il panel moderato da Monica D’Ascenzo, dal titolo “Sfidare i propri limiti per sfidare la società” si sono alternate la campionessa paralimpica di nuoto Monica Boggioni, la giocatrice di flag football Nausicaa Dell’Orto e la capitana della nazionale italiana volley, Ilaria Galbusera. Tre voci particolarmente incisive di sportive che parlano di impegno, di visione, di determinazione e risultato. Capaci di trasmettere al pubblico l’energia, la rabbia costruttiva, la consapevolezza del valore di ogni sforzo compiuto in un mondo non ancora progettato per includere tutti. Tre modelli, tre percorsi umani e tre storie di affermazione diverse. Che all’attentissima platea della Sala della Regina di Montecitorio, hanno raccontato il valore del gioco di squadra per lo sport e in ambito lavorativo. La sicurezza nelle proprie capacità anche a seguito di sconfitte importanti o a fronte di chi ti dice: non si può. E la soddisfazione nel potersi definire “atleta di professione”.

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Dal talento individuale al gioco di squadra

Se il talento è individuale, i risultati sono collettivi negli sport di squadra. Come si possono contemperare queste due dimensioni e come si può trovare un equlibrio che sia efficace per tutti? Ilaria Galbusera - disability manager di Intesa Sanpaolo, oltre che capitana della nazionale italiana volley sorde - non ha dubbi: «Lo sport di squadra insegna che il talento, da solo, non basta. Può fare la differenza in un momento, ma non costruisce un percorso vincente se non è inserito in un sistema di relazioni solide. In una squadra, ancora di più in una squadra composta da atlete sorde, tutte diverse per età, sordità e scelte comunicative, la fiducia non è un concetto astratto, è un presupposto operativo. Nel volley, ogni azione dipende dall’altra. Se non mi fido della mia compagna che riceve, non posso attaccare con decisione. Se non c’è sintonia, il gioco si spezza. Nella pallavolo sorde, dove la comunicazione avviene attraverso sguardi, gesti e segnali visivi, la fiducia diventa ancora più essenziale. Infatti occorre essere costantemente presenti, attente, connesse. Quando una squadra funziona, ciascuna atleta si sente parte di qualcosa di più grande ed è lì che il talento individuale si trasforma in risultato collettivo e la squadra diventa più forte che mai».

Fiducia, impegno condiviso per l’obiettivo comune, tanta preparazione e lavoro anche nell’affinare la comprensione reciproca tra i membri della squadra per costruire quella fiducia e rispetto reciproci necessari per fare un altro punto. Lezioni da essenziali da trasferire anche nel mondo del lavoro. Se nei team non si ascoltano le potenzialità specifiche dei colleghi, se non si trova una via per adattarsi alle sfide della differenza, se non ci si fida, non si può essere efficaci. Non si vince la partita. Certo servono condizioni di “allenamento” migliori per tutti, nello sport come in altre professioni. Se però resta ancora tanta strada da fare, sia che si parli di disabilità o di differenza di genere, Galbusera conferma che le cose stanno evolvendo.

«Negli ultimi anni il mondo del lavoro ha fatto passi avanti importanti sul tema dell’inclusione e della disabilità. Si è passati da un approccio prevalentemente normativo a una maggiore consapevolezza culturale. L’inclusione non è solo un dovere, ma un valore strategico. La vera trasformazione non è ancora completa. Spesso si parla di inclusione, ma manca una piena comprensione delle barriere, non solo fisiche, ma anche culturali e comunicative, che possono escludere le persone. Oggi l’inclusione è ancora un’eccezione, mentre dovrebbe diventare la normalità, la quotidianità.

Intesa Sanpaolo con il gruppo interfunzionale di 80 colleghi Disability Manager ha attivato negli anni diverse iniziative concrete per promuovere una cultura sempre più inclusiva, sia all’interno sia verso l’esterno dell’azienda.

Tra le tante azioni più significative, a cui sono più legata, ci sono le pillole di apprendimento base di Lingua dei Segni Italiana (LIS) e la sensibilizzazione all’approccio nei confronti dei colleghi sordi, strumenti fondamentali per abbattere barriere comunicative e culturali. Importante anche la creazione di un glossario - “Le parole Giuste” - con le parole corrette, per favorire un linguaggio rispettoso e centrato sulla persona, disponibile e scaricabile sul sito di Intesa Sanpaolo. Non si tratta solo di formazione, ma di un cambiamento culturale, l’inclusione diventa parte dell’identità aziendale e leva di crescita collettiva.»

Quando uno sport è solo per uomini

Lo sport può essere anche discriminazione quando si è donne, come nel caso di Nausicaa dell’Orto che voleva praticare uno sport considerato solo per uomini. L’atleta, che, tra le altre cose, è commentatrice della Nfl (la massima lega statunitense di football americano), non usa giri di parole nel raccontare come motore della sua storia sportiva sia stato proprio il rifiuto ricevuto alla richiesta di giocare insieme ai ragazzi. Passione e tenacia l’hanno portata dal fare la cheerleader a scendere in campo con una squadra, contro altre avversarie. Non solo diventando giocatrice della nazionale di flag football, ma portando proprio lo sport in Italia.

«Io e altre ragazze volevamo giocare a football americano e abbiamo chiesto all’allenatore della squadra maschile di allenarci. La sua risposta: “No, vi fate male, siete il sesso debole per un motivo”. Non gli abbiamo dato retta e oggi il Flag Football femminile è uno sport olimpico» che sarà nel programma delle Olimpiadi di Los Angeles nel 2028.

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Da quello che facilmente avrebbe potuto rappresentare il masso insormontabile precipitato sulla sua strada, Dell’Orto ha fatto la scintilla di un movimento più grande. Ribaltato le carte in tavola a chi le diceva “non puoi”. Grazie a un allenatore disposto a dedicare tempo – «a delle protezioni troppo grandi per noi, con delle vecchie maglie che aveva in cantina» -, tutto è iniziato in un campo improvvisato. «Per anni ci siamo sentite dire che il football era uno sport da donne. Mio padre addirittura mi diceva che sarebbe stata solo una perdita di tempo e che mi sarei fatta solo male. Oggi il flag football è uno sport olimpico anche grazie a chi ha lottato dall’inizio per renderlo possibile».

E visto che viene portato sul palcoscenico maggiore dello sport mondiale, nessuno, e in particolare «nessun uomo, potrà più dire che una ragazza non può giocare perché finalmente ci è stata data l’opportunità di competere ai massimi livelli». Davanti agli occhi di tutti. Squadra contro squadra. Giocata dopo giocata.

Dalla professione sportiva alla professione del futuro

Se Dell’Orto racconta anche di sconfitte, fatiche, e discriminazioni subite, ma con l’orgoglio di avercela fatta, è altrettanto fiero lo sguardo di Monica Boggioni, campionessa di nuoto paralimpico. Nel suo intervento, sottolinea il ruolo della pratica sportiva sulla percezione delle differenze. «Penso che lo sport sia un ottimo strumento anche di crescita culturale». Per questo a suo parere è «molto importante investire nella conoscenza e nella trasmissione degli sport paralimpici. Perché permettono di imparare a vedere la disabilità con altri occhi e quindi non come un limite, ma come un insieme di abilità da riscoprire e adattare. In termini ancora più ampi a capire il valore della diversità. È giusto riconoscere la diversità come l’unica normalità che esiste e da essa derivano differenti necessità ed esigenze che devono avere il diritto di essere rispettate».

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Lo sport allora diventa abilitante per determinarsi come individui, un aspetto particolarmente cruciale per chi vive in condizione di differenza. Specifica infatti la nuotatrice: «Penso che per le persone con disabilità, uno dei temi più importanti sia il concetto di autodeterminazione nella società anche in ambito lavorativo. A me il nuoto ha permesso di ottenere tanti risultati e di crescere sia come atleta che come persona. Ora posso fare l’atleta a livello professionistico. Perché da fine 2022 è passata la legge che equipara atleti olimpici e para-olimpici all’interno dei corpi militari e dello Stato. Dopo aver passato il concorso e fatto giuramento, sono assunta a tutti gli effetti all’interno del corpo della polizia di Stato nel gruppo delle Fiamme Oro come agente tecnico».

Una modifica che le permette, tra l’altro, di avere un percorso professionale anche dopo gli anni delle gare e quando sarà il momento di ritirarsi dalle competizioni di alto livello.

Offrendo uno sguardo più allargato sul tema, Boggioni infatti continua: «Questo oltre ad essere un risultato molto positivo per me come singola persona, penso abbia un significato sociale e culturale ancora più importante perché dà la giusta dignità a tutti gli atleti Paralimpici. Penso sia un esempio da applicare a tanti altri ambiti della nostra società».

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