Gabrielle Goliath: quando un’opera diventa un caso politico
L’artista sudafricana di «Elegy» spiga le ragioni della sua opera dopo il ritiro del Sudafrica dalla Biennale di Venezia
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Un’opera scelta per rappresentare un Paese, un intervento politico che ne chiede l’esclusione e una polemica che finisce per travolgere l’intera partecipazione nazionale. Il caso che ha portato il Sudafrica a cancellare la propria presenza alla prossima 61ª Biennale di Venezia ruota attorno al lavoro di Gabrielle Goliath e alla richiesta del ministro della Cultura Gayton McKenzie di rimuovere la sua opera «Elegy», selezionata all’unanimità per il Padiglione sudafricano. Una decisione che ha riaperto il dibattito sul rapporto tra rappresentanza nazionale e libertà di espressione artistica.
Al centro della controversia vi è una nuova iterazione di «Elegy», progetto performativo e installativo che da anni attraversa la sua ricerca dell’artista. L’opera intreccia memoria e violenza, mettendo in relazione il passato coloniale e l’eredità dell’apartheid con tragedie contemporanee. Nella versione destinata alla Biennale, questo intreccio arrivava a includere anche la morte di donne e bambini a Gaza, con un riferimento al lutto per la scomparsa della poetessa palestinese Heba Abu Nada: un elemento che, secondo il ministro, avrebbe reso il lavoro politicamente inappropriato per un contesto di rappresentanza nazionale.
«Elegy» è stata presentata in Italia nel 2024 dalla galleria Raffaella Cortese e, il prossimo 16 aprile, negli spazi della gallerista milanese sarà inaugurata la seconda mostra di Gabrielle Goliath, con un inedito corpus di opere che esplora i molteplici significati del termine bearing (portare, sostenere), tornando a tecniche tradizionali come olio, acquerello e pastello. (Il range di prezzo dei disegni e delle fotografie è compreso tra i 5 mila e i 50 mila dollari; le installazioni video tra i 60 mila e i 150 mila dollari).
Le installazioni immersive e spesso in divenire di Goliath sono state esposte in tutto il Sudafrica e a livello internazionale. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Future Generation Art Prize – Special Prize (2019), e ha partecipato alla mostra principale della 60ª Biennale di Venezia con l’opera «Personal Accounts». Un percorso internazionale che rende ancora più evidente la portata del caso.
Abbiamo parlato con Gabrielle Goliath di Elegy, di memoria e responsabilità, e di cosa accade quando un’opera d’arte diventa terreno di scontro politico. Nel progetto ideato per il Padiglione nazionale, come hai scelto di presentare la tragedia palestinese a Gaza?
«Elegy» è un progetto performativo commemorativo che ho messo in scena in Sudafrica e in tutto il mondo per oltre dieci anni. Come opera politica di lutto, affronta il tema dell’economia della vita valutata in modo differenziale, ovvero quelle condizioni continuamente riciclate che rendono alcune vite degne di essere ricordate e altre no. Commemorare le donne e le persone LGBTIQ+ uccise in Sudafrica è stato un modo per rifiutare questo sistematico diniego, questo freddo calcolo delle statistiche sulla violenza di genere. Ogni performance di «Elegy» ricorda una vita – una figlia, un’amica, una sorella, un’amante – e afferma che quella vita era amata e che manca. E invita i partecipanti a unirsi, a riconoscere e a rendere conto del proprio coinvolgimento in una norma sociale di violenza contro le persone di colore, le donne e le persone queer. Mentre la maggior parte delle rappresentazioni di «Elegy» commemorano perdite contemporanee, alcune sono state dedicate a esperienze più storiche: alle donne ridotte in schiavitù e uccise nella Colonia del Capo, nonché a due antenate Nama uccise nel genocidio degli Ovaherero e dei Nama in Namibia, i cui nomi non sono stati registrati nell’archivio coloniale.
Per il Padiglione sudafricano a Venezia, ho voluto sottolineare questo profondo intreccio di sofferenze, dalla crisi del femminicidio in Sudafrica alla cancellazione dei mondi vitali dei Nama in Namibia, fino al continuo sfollamento e all’uccisione di donne, bambini e civili palestinesi.Ancora una volta, la domanda è: di chi si può piangere la morte? E, naturalmente, la questione delle vite e delle perdite palestinesi assume grande rilevanza. Nel contesto di minacce, censure e cancellazioni che questa mostra ha affrontato mi chiedo: perché è eretico, impensabile, insopportabile piangere Heba Abunada, una giovane poetessa palestinese uccisa nel 2024 in un attacco aereo israeliano a Khan Yunis, Gaza, insieme al suo giovane figlio? Quando ci viene detto che il lutto deve finire qui, dovremmo capire che anche la nostra umanità finisce qui. Ma non è così. L’elegia è un appello, un grido, a relazionarsi al di là delle differenze razziali, di genere, sessuali, geografiche, religiose e politiche, a rifiutare condizioni di vita valutate in modo differenziale e, nell’interesse di realizzare un mondo più vivibile, a canalizzare e portare con noi la presenza assente di Heba, di Ipeleng Christine Moholane, di due antenate Nama.










