L’arte scomoda

Gabrielle Goliath: quando un’opera diventa un caso politico

L’artista sudafricana di «Elegy» spiga le ragioni della sua opera dopo il ritiro del Sudafrica dalla Biennale di Venezia

di Maria Adelaide Marchesoni

Gabrielle Goliath, “Elegy - for two ancestors” performance at the Sale d’Armi during the 2024 Venice Biennale (photo by J Macdonald)

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Un’opera scelta per rappresentare un Paese, un intervento politico che ne chiede l’esclusione e una polemica che finisce per travolgere l’intera partecipazione nazionale. Il caso che ha portato il Sudafrica a cancellare la propria presenza alla prossima 61ª Biennale di Venezia ruota attorno al lavoro di Gabrielle Goliath e alla richiesta del ministro della Cultura Gayton McKenzie di rimuovere la sua opera «Elegy», selezionata all’unanimità per il Padiglione sudafricano. Una decisione che ha riaperto il dibattito sul rapporto tra rappresentanza nazionale e libertà di espressione artistica.

Al centro della controversia vi è una nuova iterazione di «Elegy», progetto performativo e installativo che da anni attraversa la sua ricerca dell’artista. L’opera intreccia memoria e violenza, mettendo in relazione il passato coloniale e l’eredità dell’apartheid con tragedie contemporanee. Nella versione destinata alla Biennale, questo intreccio arrivava a includere anche la morte di donne e bambini a Gaza, con un riferimento al lutto per la scomparsa della poetessa palestinese Heba Abu Nada: un elemento che, secondo il ministro, avrebbe reso il lavoro politicamente inappropriato per un contesto di rappresentanza nazionale.

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«Elegy» è stata presentata in Italia nel 2024 dalla galleria Raffaella Cortese e, il prossimo 16 aprile, negli spazi della gallerista milanese sarà inaugurata la seconda mostra di Gabrielle Goliath, con un inedito corpus di opere che esplora i molteplici significati del termine bearing (portare, sostenere), tornando a tecniche tradizionali come olio, acquerello e pastello. (Il range di prezzo dei disegni e delle fotografie è compreso tra i 5 mila e i 50 mila dollari; le installazioni video tra i 60 mila e i 150 mila dollari).
Le installazioni immersive e spesso in divenire di Goliath sono state esposte in tutto il Sudafrica e a livello internazionale. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Future Generation Art Prize – Special Prize (2019), e ha partecipato alla mostra principale della 60ª Biennale di Venezia con l’opera «Personal Accounts». Un percorso internazionale che rende ancora più evidente la portata del caso.

Gabrielle Goliath, “Elegy - Eunice Ntombifuthi Dube” (2018) at the Centre for the Less Good Idea in Johannesburg (photo by Stella Tate, all images courtesy the artist)

Abbiamo parlato con Gabrielle Goliath di Elegy, di memoria e responsabilità, e di cosa accade quando un’opera d’arte diventa terreno di scontro politico. Nel progetto ideato per il Padiglione nazionale, come hai scelto di presentare la tragedia palestinese a Gaza?

«Elegy» è un progetto performativo commemorativo che ho messo in scena in Sudafrica e in tutto il mondo per oltre dieci anni. Come opera politica di lutto, affronta il tema dell’economia della vita valutata in modo differenziale, ovvero quelle condizioni continuamente riciclate che rendono alcune vite degne di essere ricordate e altre no. Commemorare le donne e le persone LGBTIQ+ uccise in Sudafrica è stato un modo per rifiutare questo sistematico diniego, questo freddo calcolo delle statistiche sulla violenza di genere. Ogni performance di «Elegy» ricorda una vita – una figlia, un’amica, una sorella, un’amante – e afferma che quella vita era amata e che manca. E invita i partecipanti a unirsi, a riconoscere e a rendere conto del proprio coinvolgimento in una norma sociale di violenza contro le persone di colore, le donne e le persone queer. Mentre la maggior parte delle rappresentazioni di «Elegy» commemorano perdite contemporanee, alcune sono state dedicate a esperienze più storiche: alle donne ridotte in schiavitù e uccise nella Colonia del Capo, nonché a due antenate Nama uccise nel genocidio degli Ovaherero e dei Nama in Namibia, i cui nomi non sono stati registrati nell’archivio coloniale.
Per il Padiglione sudafricano a Venezia, ho voluto sottolineare questo profondo intreccio di sofferenze, dalla crisi del femminicidio in Sudafrica alla cancellazione dei mondi vitali dei Nama in Namibia, fino al continuo sfollamento e all’uccisione di donne, bambini e civili palestinesi.Ancora una volta, la domanda è: di chi si può piangere la morte? E, naturalmente, la questione delle vite e delle perdite palestinesi assume grande rilevanza. Nel contesto di minacce, censure e cancellazioni che questa mostra ha affrontato mi chiedo: perché è eretico, impensabile, insopportabile piangere Heba Abunada, una giovane poetessa palestinese uccisa nel 2024 in un attacco aereo israeliano a Khan Yunis, Gaza, insieme al suo giovane figlio? Quando ci viene detto che il lutto deve finire qui, dovremmo capire che anche la nostra umanità finisce qui. Ma non è così. L’elegia è un appello, un grido, a relazionarsi al di là delle differenze razziali, di genere, sessuali, geografiche, religiose e politiche, a rifiutare condizioni di vita valutate in modo differenziale e, nell’interesse di realizzare un mondo più vivibile, a canalizzare e portare con noi la presenza assente di Heba, di Ipeleng Christine Moholane, di due antenate Nama.

Gabriella Goliath «Elegy ongoing performance project» 2015. Courtesy: Galleria Raffella Cortese, Studio Goliath

Il tuo lavoro è stato descritto come “divisivo”. Come vivi questa etichetta e cosa pensi che dica del momento storico che stiamo vivendo?

Non è una descrizione che accetto. Vale la pena sottolineare che il ministro dello Sport, delle Arti e della Cultura, Gayton McKenzie, che l’ha attribuita a «Elegy», non ha mai visto il mio lavoro. Questa facile supposizione — per cui un’opera di lutto rituale viene liquidata — dice molto della povertà di una politica priva di responsabilità e di riguardo per le vite ignorate, in cui i topoi della “coesione sociale” e della “costruzione della nazione” finiscono per coesistere e normalizzare xenofobia, cultura dello stupro, femminicidio e, persino, genocidio.

Che ruolo ha per te l’arte quando si confronta con eventi ancora in corso, dolorosamente irrisolti?

In un contesto di danni irreparabili e perdite incommensurabili, nell’aperta ferita del mondo, l’arte è per me una prassi di sopravvivenza, un’affermazione della possibilità nonostante tutto. Non credo che l’arte abbia un ruolo in quanto tale, né condivido visioni eccessivamente positiviste sulle sue “funzioni sociali”.
In un contesto di rappresentazione orientato al benessere etero-normativo bianco, come progetto passato-presente-futuro della Storia, credo che l’arte possa perforare, navigare fugacemente, partire e immaginare. Non si tratta di inaugurare nuovi ordini sociali o utopie future, ma di un lavoro quotidiano che rifiuta la violenza normativa e osa pensare, sognare, immaginare e rappresentare la vita, la comunità e il mondo in modo diverso, qui e ora. Se Louise Bourgeois considerava l’arte una garanzia di sanità mentale, io vedo nella speranza non una garanzia, ma un’offerta di possibilità tenera, fragile e potenzialmente trasformativa.

Al di là del tuo caso specifico, ritieni che questa situazione possa costituire un precedente per altri artisti che lavorano su temi politicamente sensibili?

Sì. Ingrid Masondo, curatrice della mostra, ed io siamo pienamente consapevoli delle più ampie implicazioni di questa cancellazione per la comunità artistica in Sudafrica e nel mondo. La libertà di espressione è garantita dalla nostra Costituzione, dopo gli abusi, la censura e la propaganda dell’apartheid. Se i diritti alla libertà creativa — alla critica e al dissenso — vengono erosi in questo caso, attraverso manipolazioni di potere e pressioni di gruppi e finanziatori, si creerà un precedente profondamente preoccupante, che minaccerà tutti gli artisti, curatori e creativi del Paese. Non siamo soli in questo pensiero: numerose campagne pubbliche e lettere hanno chiesto l’intervento del presidente Cyril Ramaphosa, la cui mancata risposta è stata una delusione per molti.

Lo scorso anno hai partecipato alla mostra principale della Biennale di Venezia. Guardando alle due esperienze — quella dello scorso anno e quella di quest’anno — dove vedi i confini della legittimazione artistica internazionale?

Come artisti — e, in particolare, come artisti di colore — non credo che dovremmo cercare la legittimazione nelle strutture del mondo dell’arte o in piattaforme di alto profilo come la Biennale. Sta a noi navigare queste strutture di “opportunità” con cura riflessiva e responsabilità. Il mio lavoro è stato trattato con autentica attenzione curatoriale nella Biennale precedente, da parte di Adriano Pedrosa e Amanda Carneiro, e presentare «Personal Accounts» ai Giardini è stata un’occasione per realizzare qualcosa di tenero e bello.
Detto questo, mi sono trovata anche a dover affrontare una situazione di finanziamento molto complessa, dalla quale alla fine mi sono ritirata. Queste sono le contingenze e le esigenze che dobbiamo affrontare. Non possiamo camminare su una linea perfetta, ma possiamo (e credo dovremmo) cercare percorsi e vie d’uscita di “una violenza minore”, nella speranza di favorire incontri di possibilità all’interno di un’economia dell’arte difficile e gravata.
Nella mia situazione attuale, un confine della legittimazione si è certamente rivelato, nelle condizioni controllate di partecipazione, accettazione e successo. Nel varcare questa linea, nel trasgredire la legittimazione, trovo sostegno nei tanti altri che hanno fatto lo stesso con coraggio, cura e immaginazione.

Pensi che oggi le principali istituzioni artistiche siano davvero pronte a sostenere opere che prendono posizione sui conflitti geopolitici in corso?

Naturalmente dipende dal conflitto. Recentemente ho esposto al PinchukArtCentre, che ha una posizione molto chiara sulla guerra in Ucraina. Molte istituzioni assumerebbero un atteggiamento simile rispetto all’invasione russa. Su altri conflitti, invece, la situazione cambia: entrano in gioco geopolitica, interessi consolidati e livelli di complicità.
La vera domanda per ogni istituzione artistica è: cosa non sono pronta ad affrontare e perché? In questo contesto complesso, ciò che mi interessa è la disponibilità degli individui — in particolare neri, donne, queer e alleati decoloniali — a promuovere il cambiamento, coltivare possibilità e spingere i limiti di ciò che è possibile di fronte alla catastrofe sociale.

Il tuo lavoro è sostenuto e riconosciuto in Italia da Raffaella Cortese. In Sudafrica, la galleria che ti rappresentava ha interrotto il rapporto: come hai vissuto questo cambiamento e cosa pensi che significhi per l’attuale clima culturale nel Paese?

La Galleria Raffaella Cortese è la mia famiglia artistica in Italia. Mi hanno mostrato cosa significa credere davvero nel lavoro di un artista: un percorso profondamente relazionale, fondato su solidarietà e cura, che hanno dimostrato costantemente. Essere abbandonata dalla Goodman Gallery proprio nel momento in cui mi era stato assegnato il Padiglione Nazionale Sudafricano è stato scioccante. Poco dopo, il Padiglione è stato cancellato. È stato un periodo difficile e preoccupante, che mi ha fatto comprendere quanto sia prezioso un vero sostegno, come quello della galleria Raffaella Cortese, che è stata tra le prime a rilasciare una dichiarazione pubblica di solidarietà quando il Padiglione è stato minacciato. Accanto a loro, la comunità di artisti, curatori e creativi in Sudafrica e nel mondo mi ha sostenuto in questo momento difficile, con messaggi di vicinanza e gesti simbolici, come lasciare fiori davanti alla mia porta di casa. Queste cancellazioni rivelano fratture non solo nel contesto artistico sudafricano, ma anche a livello globale. Non sono l’unica artista a subire simili abbandoni o cancellazioni per contenuti controversi: è una tendenza preoccupante, che dobbiamo rifiutare se vogliamo immaginare un mondo diverso.

ll tuo lavoro affronta spesso temi quali la violenza, il lutto e la memoria collettiva. Da dove nasce questo senso di urgenza e come si è evoluto nel tempo?

Mi riferisco spesso alla mia pratica come al lavoro di una vita. È vissuta, abitata, incarnata, ma soprattutto afferma la vita e la possibilità, all’interno e nonostante ciò che io chiamo l’impossibilità della rappresentazione delle donne di colore. Con questo intendo le condizioni quotidiane, spesso invisibili, che rendono le loro vite soggette a violenza, disprezzo e morte. L’estetica — e tutto ciò che essa implica — non è separata da queste strutture di disprezzo, ma ne è profondamente radicata. Non considero il mio lavoro “tematico”, nel senso di documentario o scena di testimonianza di un male sociale. È piuttosto una pratica relazionale e intrecciata: vivere, respirare e lavorare dentro e contro un ordine di violenza razziale e sessuale. È urgente perché, per queste vite — le nostre vite — è una questione di sopravvivenza. Il mio lavoro mi supera in molti aspetti. Mi chiede molto, spesso più di quanto pensi di poter dare. Ma questa richiesta mi ha spinto, non verso una carriera artistica secondo il cliché del “geniale artista maschio bianco”, ma nel complicato intreccio di lavoro e vita: nelle relazioni, nella comunità, negli incontri attraverso le differenze. E quell’impulso è cresciuto nel tempo, alimentando l’urgenza di svolgere questo lavoro di una vita, fragile, riparatore, amorevole e (im)possibile.

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