La dichiarazione finale

G7, intesa sui 50 miliardi all’Ucraina. Medio Oriente, pressione su Israele per soluzione due stati

I grandi riuniti in Puglia alzano la voce con la Cina su Russia, Taiwan e commercio

di Beda Romano

Biden: Rafforzare capacità di difesa e deterrenza dell'Ucraina

3' di lettura

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BARI – I paesi membri del Gruppo dei Sette hanno colto l’occasione del loro vertice annuale a livello dei capi di Stato e di governo, quest’anno a Borgo Egnazia, in Puglia, per lanciare un (accorato) appello alla collaborazione con la Cina. La dichiarazione finale, adottata oggi, venerdì 14 giugno, rivela tutte le difficoltà e tutti gli imbarazzi del mondo occidentale, sempre più in ambasce nel trattare con Pechino e, in generale, con nuovi e assertivi attori internazionali.

“Puntiamo a relazioni costruttive e stabili con la Cina (…) Non stiamo cercando di danneggiare la Cina o di ostacolarne lo sviluppo economico”, ha assicurato il G7 nel suo comunicato di oggi. “Tuttavia, esprimiamo le nostre preoccupazioni per il suo persistente orientamento a livello industriale e per le sue politiche anti-concorrenziali che stanno provocando conseguenze a livello internazionale, distorsioni del mercato e dannose sovraccapacità in una gamma crescente di settori”.

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“Non ci stiamo disaccoppiando o chiudendoci su noi stessi – hanno aggiunto gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, il Regno Unito, la Francia e l’Italia –. Vogliamo però ridurre i rischi e diversificare le catene di approvvigionamento, laddove necessario e appropriato, e promuovendo una resilienza economica con cui contrastare metodi economici aggressivi. Chiediamo inoltre alla Cina di astenersi dall’adottare misure di controllo delle esportazioni, in particolare per i minerali critici”.

Il comunicato finale conferma poi l’accordo politico emerso giovedì e che prevede di concedere un prestito da 50 miliardi di dollari a Kiev, in piena guerra con la Russia (si veda Il Sole/24 Ore di oggi). I dettagli devono ancora essere negoziati, ma dal summit è emerso che “i futuri proventi delle riserve russe congelate al momento dello scoppio della guerra in Ucraina verranno usati per ripagare il prestito e per finanziare il servizio del debito” che i paesi del G7 contratteranno sul mercato.

La presa di posizione contro Pechino giunge mentre da più parti la politica economica cinese, fondata su generosi sussidi pubblici, è oggetto di critiche crescenti. Questa settimana la Commissione europea ha deciso di aumentare i dazi sulle auto elettriche cinesi (si veda Il Sole/24 Ore di giovedì). La questione cinese, tuttavia, non riguarda solo l’economia. Trapela in altri ambiti: in particolare nella guerra russa in Ucraina, nella vicenda taiwanese, o negli equilibri del continente africano.

“Esprimiamo profonda preoccupazione per il sostegno della Repubblica popolare cinese alla Russia – ha affermato il G7 -. Chiediamo alla Cina di cessare il trasferimento di materiali a duplice uso, compresi i componenti e le attrezzature per le armi, che sono fattori di produzione per il settore della difesa in Russia”. Il G7 ha anche espresso “seria preoccupazione” per la situazione nei mari cinesi orientali e meridionali, e sul futuro dell’isola di Taiwan.

Tra il 1990 e il 2023, il peso del G7 è sceso dal 70 al 45% dell’economia mondiale, mentre quello dei BRIC è salito dall’8 a quasi il 30%. In questo contesto, il G7 ha discusso oggi con alcuni dirigenti di paesi terzi (come è ormai consuetudine). Erano presenti, oltre al Papa, anche il brasiliano Luíz Inacio Lula da Silva, il re giordano Abdullah II, il turco Recep Tayyip Erdogan, l’argentino Javier Milei, con i quali i leader occidentali hanno parlato di migrazione e di cooperazione.

Ad alcuni, il lungo comunicato finale di oggi – oltre 35 pagine – sembrerà riflettere, paradossalmente, la perdita di influenza dell’Occidente. D’altro canto, non vi è argomento ignorato: dall’intelligenza artificiale alla crisi venezuelana, dalla cibernetica al Medio Oriente. Ancora una volta su quest’ultimo fronte, il G7 ribadisce il suo “incrollabile impegno” per “una soluzione dei due Stati in cui due paesi democratici, Israele e Palestina, vivono fianco a fianco in pace all’interno di confini sicuri e riconosciuti”.

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