Senza l’estrema gravità del nucleo solare, la creazione del plasma sulla Terra richiede temperature molto più elevate del sole, fino a 150 milioni di gradi. Il calore viene generato attraverso potenti magneti, sparando particelle ad alta energia nel reattore e fulminandole con onde ad alta frequenza.
Gli atomi di due isotopi di idrogeno vengono così schiacciati insieme per superare la forza che normalmente porta i nuclei atomici a respingersi. Quando i loro nuclei collidono, fondendosi per formare l’elio, i neutroni rilasciati nel processo vengono convertiti in energia. Il problema è che finora i reattori a fusione consumano più energia di quanta ne producano.

Il magnete utilizzato per il progetto SPARC, che ha raggiunto 270 membri (Gretchen Ertl, CFS/MIT-PSFC, 2021)
Il progetto Sparc, guidato da Commonwealth Fusion Systems (Cfs), è uno dei più promettenti nella corsa per superare questo problema. Fondata nel 2018 come spinoff dell’Mit di Boston da Brandon Sorbom e altri colleghi del Plasma Science and Fusion Center, Cfs è cresciuta rapidamente fino a un centinaio di dipendenti, grazie ai finanziamenti di Bill Gates, Jeff Bezos e di altri investitori, tra cui Eni, dai quali ha raccolto finora 200 milioni di dollari.
L’obiettivo è costruire un reattore Arc (affordable, robust, compact) in grado di produrre tre volte l’elettricità necessaria per alimentarlo, grazie alla potenza del confinamento magnetico. La ricerca di Sorbom e colleghi è focalizzata sui magneti di contenimento del plasma, per aumentare l’efficienza con cui si riscalda e generare più energia netta.
Superato brillantemente il test dei suoi super-magneti, la prossima tappa per Cfs è lo sviluppo entro il 2025 di Sparc, una macchina che dimostrerebbe l’efficacia della fusione “compatta”, per arrivare a un reattore commerciale alla fine del decennio.