Fumare con una malattia grave: quando ridurre è già curare
Il riordino della sanità territoriale deve rafforzare SerD e Centri antifumo, creando reti integrate interdisciplinari e luoghi con accesso diretto, come le Case di comunità
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I punti chiave
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Quando il fumo accompagna una malattia grave, chiedere al paziente di smettere non basta. Il disturbo da uso di tabacco è una dipendenza complessa e multifattoriale, sostenuta da meccanismi neurobiologici, comportamentali e ambientali comuni ad altre dipendenze. La presa in carico compete agli specialisti delle dipendenze (SerD), che operano con équipe multiprofessionali e integrano competenze mediche, psicologiche, infermieristiche, educative e sociali. L’efficacia aumenta si lavora con psichiatri, pneumologi, oncologi, cardiologi e altri specialisti coinvolti nella cura delle comorbidità.
Chiedilo al Sole
Una recente survey di FeDerSerD ha coinvolto 162 Centri Antifumo: circa l’80% afferisce ai SerD. L’indagine conferma il ruolo centrale dei servizi per le dipendenze, ma anche una rete ancora disomogenea per organici, accessibilità e integrazione con ospedale, medicina generale e salute mentale.
Un ponte verso l’astensione
La cessazione completa resta il traguardo terapeutico. Nei pazienti con dipendenza grave associata a disturbi psichiatrici, pneumopatie croniche, patologie cardiovascolari o oncologiche, tuttavia, può non essere subito raggiungibile. La riduzione controllata rappresenta allora un ponte verso l’astensione: diminuisce l’esposizione ai prodotti tossici della combustione e l’assunzione di nicotina, sostanza psicoattiva molto potente nel dare dipendenza.
Ridurre significa intervenire sull’intensità della dipendenza. L’esposizione cronica alla nicotina determina tolleranza e neuroadattamenti nei circuiti della gratificazione e dell’astinenza. Una diminuzione graduale e assistita può rendere più gestibili craving (desiderio compulsivo di assumere) e sintomi astinenziali, favorire un equilibrio a minore intensità di dipendenza e preparare la cessazione completa. Non è un punto di arrivo, ma una fase del progetto terapeutico globale, con interventi motivazionali, farmacologici e rivalutazioni.
I pregiudizi nei disturbi psichiatrici
La comorbidità psichiatrica richiede particolare attenzione. Nei disturbi psicotici, depressivi e d’ansia la dipendenza è spesso più severa e i tassi di cessazione inferiori. Persistono pregiudizi: che il fumo sia secondario rispetto alla malattia mentale, che l’astinenza la aggravi o che la nicotina rappresenti un’automedicazione. Servono valutazione diagnostica, obiettivi progressivi e integrazione tra SerD e Servizi psichiatrici.







