Fumare nelle carceri in Europa: dove è permesso?
Una recente sentenza europea apre il dibattito su come conciliare salute pubblica e autonomia personale nelle prigioni
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Nelle discussioni sul fumo, i temi abituali sono le piazze, i ristoranti, gli uffici o i trasporti pubblici. Raramente si pensa alle carceri, eppure lì la questione assume una dimensione completamente diversa, intrecciando salute pubblica, diritto e dignità umana. Una recente sentenza del Tribunale Europeo dei Diritti dell’Uomo (TEDU) ha acceso i riflettori su un tema spesso trascurato: il divieto assoluto di fumare in carcere può violare i diritti fondamentali dei detenuti, compreso il diritto alla vita privata sancito dall’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. La decisione, presa nel caso Vainik e altri contro Estonia, mostra quanto sia sottile il confine tra tutela della salute e rispetto dell’autonomia personale in un contesto già fortemente limitato dalla detenzione.
In Estonia, dove dal 2017 è stato introdotto il divieto totale di fumare nelle prigioni, i detenuti lamentavano sofferenze fisiche e psicologiche legate alla sospensione del tabacco: ansia, insonnia, irritabilità e aumento di peso. Ma la questione non è solo biologica. La sigaretta, all’interno del carcere, rappresenta spesso uno degli ultimi spazi di controllo sulla propria vita, un piccolo gesto che permette di conservare un senso di autonomia in un contesto di restrizione totale. Il TEDU ha stabilito che il divieto assoluto, pur mirato a proteggere la salute, era sproporzionato e non accompagnato da soluzioni alternative meno invasive, suggerendo la necessità di bilanciare diritto alla salute e diritto alla dignità personale.
In Grecia, la situazione appare simile. Non esiste una legge che vieti esplicitamente il fumo nelle carceri: le norme generali contro il fumo in spazi chiusi non contemplano le strutture detentive, e i detenuti possono acquistare sigarette nei chioschi interni. Esperti e sindacati discutono da anni di possibili compromessi: spazi riservati al fumo, programmi di cessazione assistita, limitazioni ragionate per proteggere chi non fuma senza annullare la libertà residua dei detenuti. La tensione tra protezione della salute e rispetto dei diritti individuali è evidente, e il dibattito resta aperto.
Allargando lo sguardo al resto d’Europa, emerge un quadro variegato. In Spagna, il fumo è consentito nelle celle e nei cortili, mentre le aree comuni restano vietate. I dati del Ministero della Salute mostrano che oltre il 70 per cento degli adulti detenuti fuma regolarmente, una percentuale che sale all’80 per cento tra i giovani sotto i 25 anni. Alcune regioni, come la Catalogna, hanno lanciato piani per ridurre il consumo, offrendo consulenze mediche, percorsi educativi e la possibilità di scegliere tra celle dedicate a fumatori o non fumatori. In Francia, il fumo è vietato nelle aree comuni ma permesso nelle celle, mentre il sovraffollamento rende difficile separare fumatori e non fumatori. Anche in Italia, dove la legge vieta il fumo nei locali aperti al pubblico dal 2003, nelle carceri si fuma ampiamente nelle celle, e solo recenti sentenze hanno richiamato le autorità al dovere di proteggere la salute del personale esposto al fumo passivo.
Il problema non riguarda soltanto chi è recluso. Studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che il consumo di tabacco tra i detenuti resta tra i più alti tra tutte le popolazioni chiuse. Le condizioni di detenzione – spazi limitati, scarsa ventilazione, stress psicologico – amplificano l’esposizione al fumo attivo e passivo, mentre le campagne antitabacco tradizionali faticano a produrre effetti significativi. La sfida è quindi duplice: ridurre i rischi per la salute senza comprimere ulteriormente libertà già limitate.


