Procura di Gela

Frana Niscemi, 13 indagati: ci sono anche gli ultimi 4 governatori

Nel registro degli indagati anche i capi della Protezione civile regionale dal 2010 al 2026, i direttori generali della regione preposti all’ufficio contro il dissesto idrogeologico e il responsabile Ati

di Nino Amadore

Frana a Niscemi IMAGOECONOMICA

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A Niscemi la terra si è mossa a gennaio. Ma per la Procura di Gela la frana comincia molto prima: nei lavori rimasti sulla carta, nei controlli che si sono persi per strada, nei milioni stanziati e mai trasformati in opere. Adesso quella ferita aperta nel territorio nisseno diventa un fascicolo giudiziario pesante, che chiama in causa tredici persone, compresi gli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana. Sullo sfondo c’è una storia lunga quasi trent’anni fatta di allarmi, ordinanze, progetti incompiuti e responsabilità che, secondo gli inquirenti, non possono più restare senza nome.

I 13 indagati e il perimetro dell’inchiesta

L’inchiesta della Procura di Gela, aperta per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana, punta a ricostruire che cosa sia accaduto tra il 2010 e il 2026 attorno al dissesto di Niscemi. Nel registro degli indagati figurano gli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani; gli ex capi della Protezione civile regionale Pietro Lo Monaco e Calogero Foti; l’attuale capo della Protezione civile Salvo Cocina; i dirigenti regionali Vincenzo Falgares e Salvo Lizio; i soggetti attuatori delle misure contro il dissesto idrogeologico Maurizio Croce, Sergio Tuminello e Giacomo Gargano; e Sebastiana Coniglio, responsabile dell’Ati che avrebbe dovuto eseguire le opere di mitigazione del rischio.

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A spiegare la direzione dell’indagine è stato il procuratore capo di Gela, Salvatore Vella: «La nostra attività si sta concentrando su un periodo che va dal 2010 al 2026 e chiama in causa gli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana, i dirigenti della Protezione civile, i soggetti attuatori al contrasto del dissesto idrogeologico e il responsabile dell’Ati che avrebbe dovuto realizzare i lavori dopo la frana del ’97». È qui, in questo tratto di tempo, che la Procura individua il cuore delle possibili omissioni.

Il nodo delle opere mai realizzate

Il punto di partenza resta però la prima grande frana del 1997. Già allora, ha ricordato Vella, erano state indicate con precisione le opere necessarie per ridurre il rischio. «Già nel 1997 c’erano delle indicazioni precise sulle cose da fare, ma non sono state fatte. Nelle casse della Regione ci sono ancora 12 milioni di euro a disposizione per i lavori», ha detto il procuratore, mettendo il dito sulla contraddizione più vistosa dell’intera vicenda: i fondi c’erano, ma le opere decisive per mettere in sicurezza l’area non sono mai arrivate fino in fondo.

Secondo la Procura, non ci sarebbero contestazioni sugli interventi compiuti nell’immediatezza del primo smottamento. Le criticità, invece, si concentrano nella lunga fase successiva, quando il rischio era noto, i progetti esistevano e i sistemi di protezione avrebbero dovuto essere mantenuti e aggiornati. «In questa prima fase l’inchiesta riguarda sostanzialmente le opere che avrebbero dovuto essere realizzate e non sono state realizzate per mitigare il rischio che la frana del 2026 ha visto, invece, realizzarsi», ha spiegato ancora Vella.

Il mancato monitoraggio e la sicurezza della popolazione

Non solo. Un altro snodo dell’inchiesta riguarda il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio predisposti a tutela della popolazione. «Questa fase riguarda anche il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio che erano stati previsti inizialmente e che erano a tutela delle popolazioni interessate. Ricordo a tutti che l’abitato di Niscemi è un abitato di circa 25.000 abitanti», ha sottolineato il procuratore. Un passaggio che dà la misura della posta in gioco: non una questione tecnica confinata negli uffici, ma un problema che tocca direttamente la sicurezza di un centro abitato vasto e fragile.

Le tre fasi dell’indagine

L’indagine, ha chiarito Vella, è stata suddivisa in più fasi e in tre distinti periodi temporali, a partire dal 12 ottobre 1997, data della prima frana. La prima fase ricostruisce gli atti e le decisioni assunte dopo quel crollo; la seconda si concentra sulle opere di mitigazione rimaste incompiute o mai realizzate; la terza guarderà invece alla cosiddetta zona rossa dell’abitato, cioè all’area già interessata dallo smottamento del 1997 e alle zone immediatamente vicine al ciglio della frana, classificate quasi trent’anni fa come aree a rischio molto elevato dalla commissione tecnico-scientifica nominata dopo il dissesto.

I prossimi passaggi della Procura

In questo quadro, la definizione usata dal procuratore pesa come una sentenza sul fallimento della prevenzione: «È la frana più grande d’Europa». Una formula forte, che da sola rende la portata del fenomeno ma anche il livello di attenzione che adesso la magistratura intende mantenere su tutto ciò che non è stato fatto.

Nei prossimi giorni partiranno gli interrogatori dei tredici indagati. La Procura ha già annunciato che potrà acquisire nuovi atti e non esclude ulteriori sviluppi. La frana, insomma, non è più soltanto un’emergenza geologica o una ferita nel paesaggio urbano di Niscemi. Per gli inquirenti è anche il possibile esito di una catena di ritardi, omissioni e lavori mai completati che adesso la magistratura prova a ricostruire pezzo dopo pezzo.

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