Milano moda uomo /2

Fra il brit di Paul Smith e l’Oriente di Setchu, gli abiti connettono culture

Lo stilista e imprenditore ravviva 55 anni di storia, con la solita verve. In calendario anche marchi emergenti come Mordecai e Pronounce

di Angelo Flaccavento

Paul Smith AI 26-27

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È evidente che le tendenze generaliste sono retaggio di un passato ormai consegnato alla storia. Non si può negare però che esistano temi di riflessione condivisi. Il principale, in questo momento, in evidente contrasto con un sovranismo dilagante che è quanto mai belligerante e divisivo, sono gli abiti come connettori e portatori di armonia: tra le generazioni, per lo più, ma anche tra le culture.

Per citare il titolo di una seminale sfilata di Miguel Adrover, alla fine siamo tutti citizens of the world. Il giapponese Satoshi Kuwata, in arte Setchu, si sta affermando rapidamente come una delle più interessanti nuove voci del panorama italiano e internazionale. Cresce il business, matura l’estetica, muovendo via dagli astrattismi soverchi verso una ispirata concretezza. «Ho iniziato nel mio appartamento, e adesso sfilo nel mio quartier generale». In quella che era stata una tipografia e poi una galleria d’arte senza fini di lucro, Paradise, dal programma particolarmente progressivo, Kuwata presenta la sua visione di stagione in prima persona, illustrando la multifunzionalità di capi che da borse possono diventare giacche, e poi gonne, e poi altro ancora.

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L’idea che un singolo pezzo contenga molti usi è fondativa di Setchu ma in questa collezione, ispirata da un viaggio in Groenlandia per praticare la pesca - di cui Kuwata è appassionato - è declinata in una maniera più cruda e asciutta, riflesso di una terra brulla spazzata da venti impetuosi e degli Inuit che la abitano vestendosi delle pelli degli animali che mangiano, campioni di una portentosa economia come sopravvivenza. Ispirante.

Ancora un viaggio, ancora modi di vivere che influenzano modi di vestire: da Mordecai, Ludovico Bruno evoca alcune settimane spese in Mongolia non attraverso le forme, ma nello spirito, nell’idea della cura gli uni per gli altri. Lo fa con silhouette morbide, forme pure, volumi dal calibro empatico, e una presentazione nella quale ci si scambiano continuamente i vestiti e tutto va con tutto. Attingere al già fatto è altro tema dominante.

Paul Smith, la collezione per l’AI 26-27

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Paul Smith crea la nuova collezione guardando al proprio archivio con gli occhi freschi di un nuovo design director appena assunto. Riedita, rilegge e mescola senza nostalgia ma con la verve di chi il classico con twist lo ha praticamente inventato, giustamente orgoglioso di 55 anni di carriera spesi in totale indipendenza - impresa titanica, all’epoca dei conglomerati. La sfilata si svolge nella sede milanese di Smith. È intima, un po’ caotica, vera. Dice Sir Paul: «Amo questo format di presentazione, oggi che tutto è fuori scala, i budget sono sproporzionati e non c’è più anima. Meglio piccolo, ma autentico».

Piccolo è sicuramente autentico, a patto che non diventi piccino, come è il caso di Lessico Familiare, il progetto di pezzi unici upcycled lanciato nel 2020 da Riccardo Scaburri, Alice Curti e Alberto Petillo. Quel che sorprende non è tanto l’estetica caotica impigliata in un pastiche esausto ormai da un lustro o più, quanto il crepuscolarismo asfittico da circoletto dei post-studenti. Convince, invece, Pronounce: a dieci anni dal lancio a Shanghai, l’eloquio si fa maturo, e l’idea languida ma tagliente del maschile appare plausibile.

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