L’inclusione nelle Università native digitali
«L’Italia è in fondo alle classifiche dei paesi Ue per numero di laureati e competenze digitali. Il nostro paese ha oggi una penetrazione dell’online bassa, soltanto poco più del 40% degli adulti è dotato di skills digitali di base». A dircelo sono i dati statistici, ricorda Vaccarono. Dall’altro lato, però, l’Italia è tristemente ai primi posti al mondo per la percentuale di Neet, i giovani che non studiano e non lavorano ed è penultima in Europa per percentuale di laureati, seguita solo dalla Romania che però ha una quota più alta di laureati Stem. «Le università “native digitali” come le nostre colmano il divario geografico e sociale della popolazione riducendo i costi dello studio e favoriscono la diminuzione della diseguaglianza sociale, garantendo l’inclusività e il diritto all’educazione – afferma Vaccarono -. Il confronto tra atenei in presenza e telematici è strategico per recuperare il divario e cogliere le opportunità del digitale, imprescindibili per l’Italia. La tecnologia applicata all’istruzione superiore aiuta a potenziare e democratizzare l’offerta, e a erogare i contenuti in forma innovativa, dove lo studente è protagonista del processo di apprendimento».
Negli atenei telematici studenti raddoppiati in 3 anni
Gli studenti delle università digitali sono quadruplicati negli ultimi 6 anni, e raddoppiati negli ultimi 3 anni, secondo quanto dice Vaccarono. «L’11% dei laureati italiani ha conseguito il titolo presso un ateneo digitale e c’è un sostanziale incremento nelle fasce under 20 e 21-25 anni nell’ultimo quinquennio. In un Paese come la Spagna, che ha il doppio dei laureati dell’Italia, circa il 20% dei laureati proviene già oggi da università digitali, così come avviene negli Stati Uniti. Le università digitali favoriscono anche l’accesso allo studio universitario alle categorie degli studenti-lavoratori e lavoratori-studenti. La flessibilità del percorso di laurea nelle università digitali consente a lavoratori, studenti, famiglie di essere più produttivi con i tempi degli studi, con evidenti benefici individuali e con ripercussioni positive a livello socio economico».
La diversità diventa un valore chiave
Nella strategia e nel comportamento delle istituzioni, per il rettore della Luiss, Andrea Prencipe, «la diversità diventa un valore chiave per i modelli educativi del futuro. Va incoraggiata l’interdisciplinarietà per affrontare la differenza tra le discipline, così come l’internazionalizzazione come canale di educazione alla diversità geografica e culturale. Per questo ho coinvolto attori non accademici per andare verso la diversità istituzionale e perseguire l’innovazione nella didattica e nella ricerca, secondo un modello “enquiry-based”. Innovazione, internazionalizzazione e interdisciplinarità sono, di fatto, i tre principali pilastri su cui si fonda la mia leadership accademica».
La centralità delle discipline di base
La modernità, continua il rettore della Luiss, «ci pone di fronte a problemi sempre più complessi, che richiedono l’interazione di numerosi ambiti e settori. Per questo motivo, ho avviato la progettazione e lo sviluppo di corsi in cui le discipline di base si uniscono ad altre, magari più lontane ma non meno rilevanti, secondo un approccio interdisciplinare: le lezioni tradizionali diventano concrete grazie a business games e progetti dedicati all'individuazione di soluzioni innovative a complicate esigenze sociali. I laboratori di soft skills arricchiscono l’esperienza e lo sviluppo personale degli studenti e tutto questo contribuisce a formare generalisti-specializzati, cioè profili con una profonda competenza in un’area ma capaci, al tempo stesso, di comprendere e interloquire con esperti di altre discipline, integrandone i contributi per risolvere problemi di vita reale. L’innovazione della didattica ha portato alla definizione di un modello di istruzione caratterizzato da un equilibrio virtuoso tra didattica fondata sulla ricerca, condotta dagli accademici, e didattica basata sull’esperienza, condotta da dirigenti, manager, professionisti, imprenditori e policy maker. Un’istruzione efficace contempla l’apprendimento orientato al problema, affinché gli studenti siano stimolati a lavorare su problemi del mondo reale, su input dalle aziende partner».
La cultura aziendale che cambia
Un nuovo modo di pensare sta impattando le aziende. Si chiama «YOLO - dice Bossi Fornarini -, you only live once. Indica la ricerca primaria nel lavoro di soddisfazione e realizzazione. YOLO ha originato fenomeni di grandi dimissioni e ’distacco’ con la difficoltà delle aziende di attrarre e trattenere talenti, di motivare le persone, in ultima analisi di generare il profitto voluto.YOLO, trasversale a tutte le fasce di età ma con punte dell’86% nella gen Z, offre l’opportunità di revisioni radicali del ruolo del manager, che può diventare uno scopritore di talenti e un facilitatore dello sviluppo delle persone. Un cambiamento a volte profondo che richiede un lavoro di affiancamento e formazione che viene strutturato con strumenti dedicati quali la definizione della Data Driven Company Culture della singola impresa: un modo per creare aziende iconiche e che lasciano un segno». Le aziende che continuano ad attrarre talenti sono state rapide nell’adattarsi a questa richiesta difficile e questo sembra essere il modello dei prossimi anni. Significa però «rendere il management capace di funzionare anche in un mondo non di controllo dei processi manageriali ma di estesa risposta alla domanda di flessibilità, di indipendenza e imprenditorialità di persone con competenze ancora da testare, cioè a diventare capi attenti alle persone in maniera inimmaginabile fino ad oggi - afferma Bossi Fornarini -. Compito non intuitivo e in netto contrasto con valori alla base del pensiero manageriale pensato per rispondere a contesti che erano diversi da quello contemporaneo e da quelli che oggi sono ipotizzabili continuare e rafforzarsi in futuro».