Il reportage

Foggia ultima per qualità della vita 2023: la provincia è 104esima

Capoluogo appena uscito dal commissariamento per mafia, provincia indietro su giustizia ed economia. Senza prospettive il porto di Manfredonia

dal nostro inviato Luca Benecchi

Mercato Arpi a Foggia

3' di lettura

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«Temo che t’ amo. Io solo. Che resto. Per quel che non ancora accade». Sono i versi di Pasquale Oda che illuminano d’azzurro l’arco di via Arpi, una delle porte di entrata del centro storico. Una frase di un cittadino che non ne può più della propria città ma che non potrà mai decidere di andarsene altrove come invece tanti altri hanno deciso di fare. Un manifesto generazionale.

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Il commissariamento e le istanze di legalità

Foggia è stata fino a pochi mesi fa il secondo capoluogo di provincia italiano commissariato per infiltrazioni mafiose dopo Reggio Calabria. Tra il 2015 e il 2021 sono stati sciolte altre cinque amministrazioni comunali : Monte Sant’Angelo, Mattinata, Cerignola, Manfredonia e Orta Nova.

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La giunta del leghista Franco Landella fu costretta a lasciare dopo un’inchiesta della Procura guidata da Ludovico Vaccaro.Eletta da pochissimo, Maria Aida Episcopo, 60 anni, è il primo sindaco donna ed è sostenuta da Cinque Stelle e Partito Democratico. «Una prima buona notizia - dice - è che, nonostante quello che è successo negli ultimi anni, a Foggia lo Stato c’è. Questo grazie al lavoro delle istituzioni. Prefettura e procura della Repubblica hanno portato avanti con successo le istanze di legalità e di repressione della criminalità».

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Il nodo del rilancio economico

Episcopo, ex dirigente scolastica, parla di diritti e lavoro come del centro del suo mandato. Ma è proprio sull’economia che gioca la partita più difficile.L’ostentata ricchezza degli anni Sessanta e Settanta, prodotta dal boom agricolo del Dopoguerra, si era tradotta anche nel business della ricostruzione edilizia, sulle macerie di quella che per la violenza dei bombardamenti alleati fu chiamata la Dresda italiana. Ma la frammentazione del latifondo ha impedito la nascita della grande industria di trasformazione.

Il fallimento di Pasquale Casillo, il re del grano che Silvio Berlusconi ammise in quegli anni essere più ricco di lui, è ancora testimoniato dai grandi silos abbandonati e ammalorati. «Il rilancio di Foggia - continua la sindaca Episcopo - passa anche da un piano di ristrutturazione dell’area industriale che versa in condizioni disastrose e che, così come è messa, non può essere certo appetibile per chi vuole investire».

Quello che si vede è infatti una imponente uscita autostradale ma poco altro. Manca l’illuminazione stradale e non è ancora stata posata la fibra per la connessione veloce. Forse è anche per questo che Amazon ha deciso di portare il suo hub adriatico altrove.Le uniche grandi realtà industriali sono Leonardo, Barilla e Princes, la multinazionale alimentare con sede a Liverpool che trasforma i pomodori.

La svolta attesa dagli investimenti in logistica

I tentativi di industrializzazione con regìa pubblica hanno retto fino a che sono durati gli incentivi. Il porto di Manfredonia, pieno di capannoni abbandonati, è il simbolo di qualcosa che non ha funzionato.

Schiacciata tra Bari e Napoli, Foggia ha anche fatto fatica a contare sul suo aeroporto, che con il vettore greco Lumiwings funziona un po’ a singhiozzo. E se è in arrivo la nuova stazione dell’Alta velocità ferroviaria, Eliseo Zanasi, che è il presidente degli industriali, ritiene che la svolta debba arrivare proprio dalla logistica.

«In particolare la chiave per il rilancio dell’agricoltura è quella dell’eliminazione del collo di bottiglia rappresentato dalla tratta ferroviaria tra Foggia e Termoli che viaggia ancora su binario unico. Il bando di gara è stato approvato e a lavori terminati si potrebbero risparmiare fino a quaranta minuti per raggiungere Bologna».

Questo però si deve accompagnare «con una crescita numerica e dimensionale delle aziende di trasformazione all’interno di un futuro agri-hub tecnologico, unico modo per aumentare il valore aggiunto del prodotto».

Duemila braccianti accampati nelle baraccopoli

Dove invece sicuramente lo Stato non c’è è tra i disperati delle baraccopoli. Immigrati che lavorano nei campi al servizio del caporalato. Da almeno vent’anni la situazione è sempre uguale.

Nessuno ha interesse a cambiarla. Per arrivare a Borgo Mezzanone si lascia la strada asfaltata per buttarsi in grandi pozzanghere che rispecchiano cumuli di rifiuti abbandonati. C’è chi usa questo posto come discarica abusiva. Scendono dall’auto, accendono fuochi e scappano.

«Questi ragazzi -racconta Giovanni Tarantella della Flai-Cgil - fanno una vita d’inferno per tre o quattro euro l’ora. Da poco sono stati portati bidoni di acqua potabile e qualcuno ha trovato riparo nei nuovi moduli abitativi all’interno del Cara, il centro richiedenti asilo».

Saranno circa duemila le persone accampate in situazioni disumane. «Stamattina - conclude - sono bruciate diverse baracche e per fortuna non è morto nessuno. Noi cerchiamo di aiutarli con i documenti e a far valere i loro diritti sulla contrattazione, ma è una sfida molto complicata».

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