Le entrate generate da una carbon tax del genere, secondo l’Fmi, possono variare tra lo 0,5 e il 4,5% del Pil (a seconda dei Paesi) e andrebbero spese per tagliare altre imposte (ad esempio quelle sul lavoro), sostenere le comunità più esposte alla transizione energetica (come quelle dei minatori), finanziare gli investimenti in fonti rinnovabili. O anche redistribuite ai contribuenti sotto forma di dividendo.
Un’alternativa alla carbon tax sono gli Ets, le borse per lo scambio delle quote di emissione. Il primo e il più grande al mondo è quello applicato dalla Ue dal 2005 ad alcuni settori economici (centrali energetiche, impianti industriali e compagnie aeree): ne fanno parte i Ventotto, più Islanda, Liechtenstein e Norvegia. Gli Ets fissano un tetto alla quantità totale di emissioni di gas serra che possono essere generate dagli impianti regolati. Entro questo limite, le imprese ricevono o acquistano quote di emissione che possono rivendere.
Rispetto alla carbon tax, gli Ets, non consentono di prevedere il prezzo del carbonio (soggetto alle oscillazioni del ciclo economico), non garantiscono entrate fiscali con la stessa certezza e richiedono più complessi meccanismi di controllo.
La Francia sta spingendo per l’adozione da parte della Ue di una carbon tax alla dogana, in modo da tassare le merci importate da imprese inquinanti. Il dossier rientra nel Green New Deal del nuovo presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ed è affidato al prossimo commissario per gli Affari economici, Paolo Gentiloni. Nel programma di von der Leyen c’è anche l’estensione del sistema Ets a settori economici finora non coinvolti.
Tutti insieme, si può fare
Al momento, circa 50 Paesi hanno sistemi che impongono un costo alla produzione di gas serra: la Svezia ha introdotto nel 1991 una carbon tax di 28 dollari, cresciuta fino a 127 nel 2019; il Sudafrica ne ha appena varata una da 10 dollari. Poi ci sono i sistemi di scambio delle quote di emissione, come quello della Ue, con un prezzo che viaggia attorno ai 25 dollari a tonnellata. E infine le soglie minime di prezzo, come quella introdotta nel regno Unito nel 2013.