Auto e imprese

Flotte aziendali, la mobilità entra nel board: il fleet manager non decide più da solo

Il Barometro 2026 condotto da Arval Mobility Observatory mostra che la partita non si gioca più solo sulle auto: contano governance, dati e strategia di ricarica. Ma due aziende su tre sono ancora ai primi livelli di maturità

di Claudia La Via

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Il fleet manager non decide più da solo. Nelle aziende italiane la mobilità è uscita dal recinto operativo ed è diventata materia da board: sulle scelte di flotta pesano ormai Ceo, procurement, finanza, Hr e sostenibilità. È questo il cambio di paradigma che emerge dal Barometro 2026 di Arval Mobility Observatory in collaborazione con Ipsos, che descrive il passaggio “dal controllo operativo alla mediazione decisionale”. Uno scenario confermato anche dai ruoli degli attori coinvolti: tra i rispondenti italiani al sondaggio, infatti, i Ceo sono il 24%, i fleet e mobility manager il 23%, seguono procurement al 16%, Cfo al 14% e Hr al 7%.

Tradotto: la flotta non è più solo un centro di costo da amministrare, ma un punto di equilibrio tra obiettivi diversi e spesso concorrenti. Il report lo dice con chiarezza: la mobilità si sta trasformando da funzione operativa a leva gestionale trasversale, e il fleet manager si trova sempre più spesso a mediare tra esigenze economiche, ambientali e organizzative. È un cambio meno visibile dell’elettrificazione, ma probabilmente più profondo.

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Le priorità, del resto, sono nette. Nei prossimi tre anni le aziende indicano come sfide principali l’adeguamento alle politiche sui veicoli termici, l’introduzione di alimentazioni alternative e il contenimento del Total cost of ownership (Tco). Non c’è però una soluzione lineare: il Barometro fotografa un sistema sotto pressione, chiamato a tenere insieme norme, costi e continuità operativa.

La seconda notizia è che la transizione si gioca meno sul modello di auto e molto di più sulla gestione della ricarica. Il report è esplicito: la diffusione dei veicoli elettrificati non è frenata dalla tecnologia, ma dalla capacità delle aziende di governare la “charging policy”, come a dire che “l’elettrificazione passa dalla ricarica, non dal veicolo”. In questo quadro, l’82% delle imprese ha già preso o prenderà in considerazione infrastrutture di ricarica in sede, il 64% guarda alla ricarica pubblica e il 26% a quella domestica.

Anche sui dati il messaggio è chiaro. La telematica è adottata dal 44% delle aziende, ma viene usata soprattutto per la gestione quotidiana della flotta; più debole resta il suo impiego come leva strutturata per decidere car policy, alimentazioni e reporting. Ed è proprio qui che si misura il salto di qualità: non nella disponibilità del dato, ma nella sua capacità di entrare nei processi decisionali.

Il problema è che la maturità del sistema resta disomogenea. Secondo uno spaccato realizzato in collaborazione con Aiaga che ha condotto una ricerca su 125 aziende italiane, il 66% di esse si colloca ancora nei primi due livelli di maturità; il 24% è in una fase intermedia, l’11% raggiunge un’integrazione strategica avanzata e appena l’1% una piena maturità. Le aziende più evolute hanno tre tratti comuni: uso sistematico dei dati, integrazione tra fleet, Hr e sostenibilità, presenza di policy strutturate su elettrificazione e mobilità alternativa.

In controluce, qui si vede anche un’altra tendenza: se la mobilità entra davvero nella governance, cambia anche il ruolo dei fornitori di noleggio a lungo termine, sempre meno semplici erogatori di veicoli e sempre più partner chiamati a presidiare costi, energia, dati e policy.

Infine, il Barometro corregge un equivoco ricorrente: la mobilità alternativa non sostituisce la company car, la integra. L’83% delle aziende dichiara di avere già adottato almeno una soluzione alternativa, ma il 93% prevede che nei prossimi tre anni la flotta aumenterà o resterà stabile. Segno che la mobilità aziendale non sta diventando più leggera: sta diventando più articolata. E proprio per questo richiede meno decisioni solitarie e più regia.

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