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Firenze festeggia i 140 anni di Olschki

di Niccolò Gramigni

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Il legame tra la casa editrice Olschki e la città di Firenze è storico, forte, dove il motto “Nihil difficile volenti”, ovvero nulla è difficile per chi vuole, esprime bene il valore dei 140 anni trascorsi. La famiglia Olschki - celebrata a Palazzo Vecchio, anche con la pubblicazione di un libro sull’anniversario – ha scelto Firenze due volte nel corso della propria esistenza. La prima volta fu nel 1897, a un anno di distanza dalla nascita, col trasferimento a Firenze voluto da Leone Samuele Olschki, figlio di un tipografo ebreo della Prussia orientale. Firenze offrì al fondatore il contesto ideale per saldare antiquariato, editoria e relazioni d’Oltreoceano. La seconda volta in cui si sublimò il legame con Firenze fu prima e durante la Seconda guerra mondiale: nel 1938, a causa delle leggi razziali, l’azienda fu costretta a censurare il proprio nome e il marchio storico sopravvisse sotto la sigla forzata di Bibliopolis. Nonostante la morte di Leo Olschki nel 1940 e la distruzione per la guerra di ciò che era stato costruito, Aldo Olschki, figlio di Leo, decise nuovamente di scegliere Firenze per ricominciare l’attività.

Poi siamo arrivati nel 2026, periodo in cui qualcuno considera la cultura più un fardello che un’opportunità. “E si sbaglia – afferma Daniele Olschki, quarta generazione della famiglia -. La cultura è un antidoto alle guerre, è il primo mattone che deve sostenere la democrazia in un momento in cui le democrazie di tutto il mondo stanno scricchiolando”. La casa editrice punta sulla qualità, basta vedere il semplice programma della giornata che tanto semplice non è: toccare quella carta è come scoprire un altro mondo. “Quando io vedo i testi di studio che vengono messi in mano agli studenti universitari, mi domando se questa è la strada giusta per fare amare il libro su carta – aggiunge -. Conservo ancora i libri dei miei studi universitari nella mia biblioteca e sono ancora perfetti. Purtroppo la qualità molto scadente con la quale oggi si producono certi testi fa sì che il libro venga abbandonato dopo averlo utilizzato per gli studi. Io sono sempre alla ricerca delle carte migliori e devo dire che purtroppo stanno scomparendo”.

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A festeggiare il traguardo c’è Padre Bernardo Gianni, abate dell’Abbazia di San Miniato al Monte, secondo cui “bisogna avere il coraggio di dire che queste imprese sono da sostenere nell’orizzonte di quel bene comune che impegna un popolo a valorizzare ciò che è una alternativa a quella del profitto”. Carlo Ossola, presidente dell’istituto dell’enciclopedia italiana, ricorda che “140 anni di vita editoriale sono un elemento di patrimonio che la collettività e i ministeri preposti dovrebbero considerare come elemento patrimoniale”.

La sindaca Sara Funaro osserva che “140 anni non sono solo un numero ma sono l’emblema di una storia duratura che è parte integrante dell’identità culturale della nostra città e che racconta come, nonostante difficoltà e fasi di trasformazione, sia possibile continuare a fare editoria di eccellenza affrontando a viso aperto le sfide che il mondo d’oggi ci impone. Leo Olschki scelse Firenze come luogo in cui far crescere la sua attività e da lì generazioni di editori si sono susseguiti e hanno contribuito a rafforzare la vocazione della nostra città a capitale culturale”. “Di questi tempi la cultura, ancor più di prima, riveste un valore civile e identitario fortissimo”, aggiunge l’assessore alla cultura di Palazzo Vecchio Giovanni Bettarini.

Adesso la nuova sfida – ad esempio il rapporto con l’intelligenza artificiale – è affidata a alla quinta generazione, al figlio Gherardo. La cui passione si capisce dalle prime parole. “Noi dobbiamo puntare – spiega – sul simbolo. Il libro è molto più di una parentesi intellettuale, è una parentesi sensoriale. Continuare a investire su materiali di pregio non è solo finalizzato ad avere un prodotto da collezione, ma è per avere un prodotto durevole”. Viva i libri, la lentezza, le pagine di carta: anche in tempi di intelligenza artificiale. “Quando diamo valore a noi stessi e al libro, capiamo quanto questo strumento sia imprescindibile – specifica Gherardo -. Umberto Eco diceva che le tecnologie vanno a una velocità incredibile, ma il martello ci serve sempre. E il libro è come il martello: non morirà mai”.

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