Fiore, simbolo, nome: un racconto inaspettato intorno al mondo della rosa
Chef, nasi e designer tornano a misurarsi con il classico dei classici. E una rosologia d’autore spiega la rinnovata fortuna del più amato dei fiori.
6' di lettura
6' di lettura
Che cos’è una rosa? Il più antipatico dei fiori – diceva una signora di mia conoscenza quando ne riceveva un fascio. Aveva un’idea dell’antipatia legata alla praticità. Lei non lo era, pratica, difatti si pungeva sempre con le spine quando tagliava i gambi delle rose che aveva disteso nella vasca da bagno, come un corpo. Insomma, le rose la mettevano alla prova, quello con le rose era un faccia a faccia con la sua goffaggine. Però apprezzava l’omaggio, sulla porta si precipitava a leggere il biglietto che lo accompagnava, smaniava di sapere chi fosse il mittente, anche quando lo sapeva.
“Una rosa è una rosa è una rosa” scriveva Gertrude Stein nel 1913, l’anno in cui nasceva la signora di cui sopra. A ben vedere, la diafora della Stein non esclude che una rosa ti possa essere antipatica, proprio perché è una rosa, a prescindere. Non è: solo una rosa, sebbene il verso suggerisca di non farla tanto lunga, facendola lunga. Un capolavoro ironico, oltre che lirico. A Rose Is è il titolo della mostra che la Flag Art Foundation di New York di recente ha dedicato alla rosa oggetto e soggetto nell’arte. Titolo che cita il celebre verso del poema di Stein, Sacred Emily, dando per scontato che da lì si parta, e che il seguito sia noto. Una rosa è una rosa è una rosa, dunque? Lo sappiamo. Ma lo sappiamo davvero? In realtà sappiamo sempre più di quello che crediamo di sapere. Ci acceca, e ci sottovaluta, la presunzione di sapere. L’autoinganno vale in fondo per qualsiasi cosa. Una rosa è una rosa, al tempo stesso, è una cosa, ma diversa per ognuno. La prima rosa del verso di Stein potrebbe essere il fiore, la seconda il simbolo, la terza un nome o un cognome, il frutto di una convenzione sociale. In quella ripetizione sfacciata dell’uguale si nasconde la metamorfosi della vita. Una rosa è solo una rosa, una cosa, eppure tocca farla lunga perché è sempre un’altra rosa, unica quanto indeterminata. La rosa che va bene a tutti, forse, non esiste, come non esiste il mondo, ce ne sono tanti da esplorare affidandosi alla categoria della varietà e del molteplice.
L’energia matura delle rose dipinte da Cy Twombly – il trittico andato in mostra alla Flag – è già minacciata dalla decadenza. Così come sono destinate a sfiorire, in tempo reale, le 3mila rose che hanno composto la scultura di James Lee Byars, una sfera rossa. La rosa è il fiore di San Valentino, ma appare anche sulle bare, da sempre è una dichiarazione d’amore, e di dolore. Le opere dedicate alla rosa, firmate da artisti notissimi e molto diversi tra loro, andrebbero indagate singolarmente, il filo che le lega, forse, è il fiore come specchio dell’azione del tempo sulla materia: vivente, o morente nel caso di Candy Darling on Her Deathbed (1973), la celebre fotografia di Peter Hujar in cui una rosa adagiata sul lenzuolo è il doppio della performer distesa nel suo letto d’ospedale.
Visto che i mondi, lo abbiamo detto, sono tanti, usciamo un momento dall’odioso privilegio di specie, e cediamo le rose alle api selvatiche, poverette, che rischiano di scomparire, e noi a seguire. Che se ne fanno le api delle rose? È noto che non sono attratte dal fiore. Ma le foglie della Rosa chinensis, una tra le più comuni, pare siano utilissime alla costruzione dei favi, le api operaie ne fanno incetta. I risultati di una ricerca – l’articolo è uscito su Nature, non proprio l’ultima delle riviste scientifiche – confermano questo dato, dunque la rosa è fondamentale per la sopravvivenza delle api, anche in ambienti urbani.
A giudicare da alcuni segnali, della rosa ormai non si butta niente. Si usano anche le sue spine, la polvere di spine, ad esempio, esalta alcuni piatti. Dietro questa alchimia non poteva che esserci Moreno Cedroni. Alla Madonnina del Pescatore si studia da un bel po’ il menu spinoso, ovviamente ci si concentra sulle spine del pesce, ma ci sono anche quelle delle rose.








