In relazione alle Dst, si torna alla prima presidenza Trump: gli Usa si opposero fermamente a queste imposte, ritenendole discriminatorie nei confronti delle aziende tecnologiche americane e avviarono indagini applicando la Sezione 301 del Trade act del 1974 contro gli Stati che le avevano introdotte e in vista dell’imposizione di dazi.
Le Dst cercano di attrarre a tassazione l’estrazione di valore dal territorio dello Stato che avviene attraverso l’immagazzinamento, la lavorazione e lo sfruttamento dei dati che gli utilizzatori mettono a disposizione sul web in cambio di servizi digitali teoricamente gratuiti. Il Pillar 1 verrà messo in soffitta e non è chiaro quale sarà l’approccio di Trump. Ci sono sicuramente validi argomenti per dimostrare che alcune Dst non si applicano solamente alle società americane. In Italia, per esempio, la riprova è che diversi grandi gruppi editoriali nazionali la pagano. Come rilevato dal ministero dell’Economia, nel primo anno di applicazione (2021), tra i contribuenti figuravano 59 residenti in Italia, 45 negli Stati Uniti, 16 in Irlanda, 15 in Germania, 14 nel Regno Unito, dieci in Francia, dieci nei Paesi Bassi, dieci a Singapore e otto in Australia. Inoltre, con la diffusione di smart car, smart tv e wearables, il numero di soggetti che ottiene i dati degli utenti e li utilizza a fini commerciali è destinato ad aumentare.
L’Utpr è invece il backstop della Global minimum tax. Se ci sono redditi tassati meno del 15% nel Paese in questione e nessun altro Paese li ha tassati (in base ad una Income inclusion rule), allora gli stessi vengono allocati e tassati proporzionalmente in tutti i Paesi che hanno una Utpr e nei quali opera la multinazionale. Il primo tema è se la Gmt sopravvive senza il suo backstop. Il secondo è se l’extraterritorialità dell’Utpr che Trump vuole combattere si riferisce solo ai redditi prodotti negli Usa o anche ai redditi di controllate estere di gruppi americani.
Altro punto controverso è se l’extraterritorialità possa riguardare anche le Iir (Imposta minima nazionale) e quindi l’imposizione da parte del Paese della capogruppo di redditi prodotti da controllate americane del gruppo (e tassati negli Stati Uniti meno del 15%). Una risposta affermativa sarebbe completamente incoerente con il fatto che gli Stati Uniti fanno esattamente la stessa cosa con le proprie regole Cfc (sulle controllate estere, ndr) (prima Subpart F e poi Gilti) con la unica differenza sostanziale che, mentre le Iir si applicano Paese per Paese, il Gilti americano effettua il calcolo su tutte le giurisdizioni estere. Ma la coerenza non sembra essere più un principio ispiratore.
In attesa del rapporto del segretario del Tesoro, non è un segreto che tanti tax director speravano nella fine dell’“incubo” global minimum tax. Un “incubo” che non sarebbe giustificato dal gettito aggiuntivo, mettendo quindi in discussione lo stesso rapporto costi-benefici. Di contro, il rischio per le imprese è di trovarsi, inermi, tra due fuochi