Formazione

Filosofia e management, come il dubbio alimenta il pensiero strategico

Il dubbio e le domande sono strumenti essenziali per i manager, favorendo il dialogo, la crescita personale e l’adattamento strategico nelle organizzazioni

di Luca Barni*

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Quanti sono i manager che non ambiscono? Da intendersi non solo con riferimento all’organigramma, e quindi al ruolo, ma anche al singolo progetto o alla gestione di un gruppo. Pochi alzerebbero la mano, perché l’essenza del manager è, solitamente, rivolta al miglioramento continuo nonché al raggiungimento di obiettivi.

Preso atto di quanto detto bisogna dire che il perseguimento dell’ambizione, e l’eventuale ascesa nell’organigramma, comporta delle conseguenze:

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• si “perde” l’operatività quotidiana, quella che tiene in moto l’azienda in condizioni ordinarie;

• non ci si occupa più, direttamente, della gestione delle risorse e dei progetti per addentrarsi nell’area decisionale, l’ultimo miglio dell’analisi ed interpretazione del mercato;

• aumenta la complessità ma, soprattutto, aumentano i dubbi e le perplessità. E con esse le domande aumentano, o forse è meglio dire pressano.

Ed è qui che management e filosofia si incontrano: nelle domande. Karl Jaspers sintetizza bene questo snodo fondamentale affermando che «la filosofia nasce dal dubbio, e ogni risposta autentica apre nuove domande». È un principio che descrive alla perfezione ciò che accade a chi assume ruoli di responsabilità: più si sale nell’organigramma, più diventa necessario saper sostare nel dubbio.

Filosofiamo un po’: le domande sono la genesi del pensiero. Gianfranco Giudice e Filippo Casati nel libro Che cosa resta della filosofia estremizzano dicendo che esistono solo domande e non risposte, a meno di non intendere quest’ultime come «provvisorie stazioni nel movimento del domandare e interrogare senza fine».

Se uno dei significati più importanti dell’attività manageriale è collegato alla gestione delle persone, allora le domande diventano assolutamente fondamentali. Implicano l’ascolto dell’interlocutore e l’accettazione del suo pensiero, soprattutto quando è lo spessore dei contenuti a sostenerlo. E il contenuto della risposta convince gli altri quando regge alla forza d’urto di altre domande che tentano di contraddirla, integrarla o ampliarla. In pratica, il dialogo si conclude solo quando la tesi dell’interlocutore ha la forza di sostenere ogni domanda che gli venga posta.

Qui si inserisce bene il pensiero di Hannah Arendt: «Pensare è un atto solitario, ma non è mai un atto isolato: ci lega al mondo e agli altri». In azienda vale lo stesso: una decisione è generalmente accettata quando regge al confronto aperto tra i componenti del team.

Dopo aver filosofeggiato un po’ torniamo sulla terra, come direbbe qualcuno, e poniamoci due domande.

La prima: in azienda esistono sempre le condizioni per porre domande?

Non sempre. A volte, il ruolo nell’organigramma può essere utilizzato come alibi per non andare oltre un confronto di facciata, aprendo così all’individualismo, fondato sul potere e non sul logos.

Seconda domanda: quanto è utile la filosofia nelle dinamiche aziendali? Direi tanto, perché se lavorare nel mercato significa cogliere le esigenze della clientela devi porgli le domande giuste. Se lavorare nel mercato significa anticipare le esigenze della clientela devi farti le domande giuste. Se lavorare nel mercato significa evolvere il prodotto/servizio, devi farti le domande giuste.

Concludendo, anche per l’azienda vale il principio che per dare le risposte giuste al mercato devi prima porti le domande giuste. E porsi le domande significa sottoporsi a un esame la cui etimologia deriva dalla parola latina examen, che significa ago della bilancia, strumento di pesatura.

Andiamo oltre. In azienda le domande rappresentano la genesi della conoscenza ma, anche e soprattutto per chi le pone, uno strumento potente di crescita delle persone che gli stanno accanto.

Sul tema della crescita delle persone, o meglio della loro valorizzazione, sovviene l’affermazione di Piero Pagnotta tratta dal libro Filosofia del Management: «Se per gestire bene le risorse umane di una organizzazione fosse sufficiente l’applicazione di parametri tecnici... non si spiegherebbero tante diffuse inefficienze e vere e proprie crisi». Le persone devono essere coinvolte e motivate e le domande sono il migliore degli strumenti a disposizione del manager.

David Cooperrider riassume bene il concetto: le organizzazioni, e i loro destini, gravitano attorno alle domande che esse pongono/si pongono, e ai pensieri che hanno.

Concludendo, ambizione e responsabilità non trovano la loro forza nelle certezze, ma nella qualità delle domande generate da chi assume ruoli di responsabilità: è lì che si misura la maturità di un manager ma, soprattutto la vitalità di un’organizzazione. Le domande aprono spazio alle persone, generano pensiero, mettono in moto il cambiamento. E ricordano, ogni giorno, che crescere significa non smettere mai di interrogarsi.

E, come spesso accade, ritorno a Socrate ed al suo pensiero più conosciuto: «La vera saggezza sta in colui che sa di non sapere».

*Direttore Bcc Centropadana

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