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Fifa, il quarto mandato di Infantino mette alla prova la governance

La candidatura per il 2027 solleva un problema di governance del calcio mondiale

Gianni Infantino  (Photo by Fabrizio Corradetti / LaPresse)

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Il calcio muove miliardi, plasma identità e offre a intere comunità un linguaggio comune. La FIFA, che per il ciclo 2023-2026 ha previsto ricavi per 11 miliardi di dollari, non è soltanto una federazione sportiva: è un regolatore globale, un organizzatore di competizioni e un grande operatore economico. Un’istituzione di questa portata non può essere governata come un circolo privato. La prossima elezione del suo presidente dovrebbe quindi diventare l’occasione per discutere non solo chi guiderà la FIFA, ma con quali regole e con quali contrappesi.

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Il primo banco di prova riguarda proprio Gianni Infantino. Al Congresso di Vancouver del maggio 2026 il presidente ha annunciato la ricandidatura nel 2027. Se eletto, resterebbe al vertice fino al 2031, per un totale di quindici anni, solo due anni meno dei diciassette trascorsi da Sepp Blatter alla presidenza. Questo mette alla prova la credibilità delle riforme approvate dopo lo scandalo che travolse la gestione Blatter.

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Nel 2016 il Congresso straordinario introdusse, tra le misure destinate a ricostruire la fiducia nell’organizzazione, un limite di tre mandati. Infantino, allora segretario generale dell’UEFA, aveva partecipato ai lavori del Comitato di riforma della FIFA. Il tetto dei dodici anni aveva un obiettivo preciso: ridurre i rischi di concentrazione del potere, autoreferenzialità e impunità.

L’articolo 33, paragrafo 2, dello Statuto stabilisce che nessuno possa ricoprire la carica di presidente per più di tre mandati. Infantino fu eletto per la prima volta nel febbraio 2016 e poi confermato nel 2019 e nel 2023. Nel dicembre 2022 il Consiglio FIFA ha però aderito all’interpretazione del Comitato Governance, Audit e Compliance secondo cui il periodo 2016-2019 non costituisce un mandato ai fini del limite.

È qui che una controversia statutaria diventa un problema di governance. La FIFA non ha reso note le motivazioni complete che hanno portato a escludere dal conteggio quasi tre anni di presidenza. In assenza di una clausola statutaria esplicita sul trattamento del mandato parziale, una decisione tanto rilevante avrebbe richiesto un percorso particolarmente trasparente, una motivazione pubblica e un vaglio realmente indipendente.

Lo Statuto attribuisce al Congresso il potere di adottare e modificare le regole fondamentali, mentre al Comitato di revisione spetta verificare l’eleggibilità dei candidati, presidente compreso. Il Consiglio ha invece confermato in anticipo una lettura decisiva per la permanenza al vertice del presidente in carica. Anche ammettendo che tale interpretazione possa essere difesa sul piano giuridico, resta la domanda istituzionale: chi controlla il controllore quando l’esito riguarda direttamente chi guida l’organizzazione? Una regola di governance, infatti, vale soprattutto quando vincola chi detiene il potere.

Il nodo va oltre la durata di una presidenza. La FIFA stabilisce le regole del calcio mondiale e le applica, autorizza le competizioni e, nello stesso tempo, organizza tornei e ne sfrutta i diritti commerciali. È regolatore e operatore economico nello stesso mercato. La Corte di giustizia dell’Unione europea, nella sentenza Superleague del 2023, ha indicato il rischio di conflitto di interessi che nasce quando chi occupa una posizione dominante controlla l’accesso al mercato senza criteri trasparenti, oggettivi, non discriminatori e proporzionati.

A questa sovrapposizione si aggiunge il circuito finanziario. La FIFA redistribuisce risorse rilevanti alle 211 federazioni nazionali e sono proprio queste, ciascuna con un voto al Congresso, a eleggere il presidente. La solidarietà finanziaria è una funzione essenziale, soprattutto per le associazioni con minori ricavi; ma può anche creare una dipendenza politica da chi presiede il sistema che assegna i fondi. Calciatori, club, leghe, tifosi e altri portatori di interesse restano invece ai margini del processo elettorale.

Bloccare o consentire un quarto mandato non sarebbe quindi sufficiente a risolvere i problemi aperti. La riforma necessaria riguarda l’architettura complessiva della governance del calcio: separare con maggiore chiarezza le funzioni regolatorie da quelle commerciali; affidare le decisioni su eleggibilità, disciplina e conflitti di interesse a organi indipendenti; pubblicarne le motivazioni; rafforzare la trasparenza nella distribuzione delle risorse; dare voce agli attori che generano il valore economico e sociale del calcio.

L’autonomia dello sport tutela un legittimo spazio di autogoverno, ma non può trasformarsi in immunità dalle regole di buona amministrazione, dal diritto della concorrenza e dai principi dello Stato di diritto. La candidatura di Infantino offre alla FIFA un’occasione per dimostrarlo. Il calcio non ha bisogno di attendere un altro scandalo: ha bisogno di istituzioni all’altezza del potere economico e della fiducia pubblica che gestiscono.

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