Festivaletteratura di Mantova. «Non saremo mai liberi se vogliamo dominare»
Temi come violenza, volontà di potere, trauma, ma anche amicizia e solidarietà tornano continuamente in questa XXX edizione di Festivaletteratura, specchio di un mondo in profondissima crisi
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«Perché gli uccelli ti rispondano, per instaurare un dialogo, sono necessarie due cose: fare la nota giusta, e tenere il volume un po’ più basso del loro. Se non domini, allora arriva una risposta. Solo così si lancia la corale degli uccelli». Anche dal più spensierato degli incontri di Festivaletteratura giunge un monito contro la violenza e il sopruso, che sono ovunque in questa XXX edizione, specchio di un mondo in profondissima crisi. A parlare è Jean Boucault, uccellatore e artista che con l’amico/rivale d’infanzia, Johnny Rasse, gira il mondo imitando il canto degli uccelli in concerti di struggente bellezza, a volte accompagnati da orchestre di musica classica o jazz.
Chiedilo al Sole
Bambini, trent’anni fa, in un villaggio sull’estuario della Somme, nel Nord della Francia, i due fanno a gara a chi riesce a riprodurre meglio i versi degli uccelli fino a quando uno di questi gli risponde, un’emozione così grande che la loro vita cambia per sempre: non smetteranno più. E di gara in gara - come raccontano in Quando imparammo a cantare come gli uccelli (trad. di Giovanni Zucca, Salani) - finiranno per fare di questo il loro lavoro e la loro arte.
Johnny Rasse aveva iniziato a imitare il canto dei volatili cercando di conquistare suo padre che avrebbe voluto farne un cacciatore come lui, ma il ragazzino rifiutava, racconta. «Il peggio oggi però non è la caccia – spiega Rasse riferendosi alla drammatica sparizione degli uccelli nelle campagne: il 33% in soli 26 anni - è l’indifferenza, la dimenticanza, la non conoscenza. Allora dobbiamo nominarle, le varie specie degli uccelli, perché quando le nomini li conosci», dice, lanciando uno straordinario verso del merlo nero sotto la volta a crociera di Tempio San Sebastiano.
Nominare, raccontare, dare voce alle vittime di questo tempo sempre più fuori controllo è quello che un po’ tutti cercano di fare quest’anno al festival mantovano. “Nomina” Didier Fassin, antropologo sociale e politico che per cinque anni, con Anne-Claire Defossez, ha lavorato alla frontiera fra Italia e Francia per raccogliere e accogliere, insieme a tanti abitanti della Val di Susa e della zona di Briançon, i migranti che qui arrivano sfiniti e traumatizzati, avendo nel viaggio subito ogni sorta di violenza: violenza fisica, violenza sessuale, ma anche violenza legale, violenza politica, violenza di Stato compiuta dalla polizia di frontiera («distruggono persino i documenti dei minorenni in modo che non possano ottenere l’accoglienza che gli spetta», afferma).
Racconta le storie individuali e collettive delle persone che hanno curato, persone che noi chiamiamo invasori, e che invece stanno solo fuggendo, come scrive amaramente in Umanità in esilio. Cronache dalla frontiera alpina (traduzione di Lorenzo Alunni, Feltrinelli), mentre in Una strana di disfatta (stesso traduttore ed editore) parla della guerra di Gaza come di «una frattura nell’ordine etico del mondo».








