Tensioni oltre i confini

Fermati in Etiopia militari somali. Accuse incrociate: destinati al Sudan con l’ok saudita

Incidente diplomatico a Jijiga nella regione a maggioranza somala. Un convoglio di reclute arrestato dalla polizia federale, secondo i media locali, farebbe parte di un circuito destinato a sostenere le Saf di Karthoum. Il coinvolgimento di Riad non è dimostrato, ma l’ampiezza della rete dimostra l’allargamento del conflitto

Soldati delle Forze Armate sudanesi (SAF)  (AP)

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La detenzione di centinaia di soldati somali a Jijiga, capitale della Regione somala dell’Etiopia, potrebbe aver squarciato il velo su uno dei dossier più sensibili del Corno d’Africa: un programma di addestramento militare che potrebbe avere come sbocco finale i fronti della guerra in Sudan. Dell’incidente diplomatico, esploso tra fine agosto e inizio settembre 2026, si ha avuto notizia soltanto adesso e non si limita a registrare un attraversamento irregolare di confine: mette sotto i riflettori reclute addestrate, secondo media locali, grazie a finanziamenti sauditi, e solleva interrogativi sul loro destino una volta terminate le esercitazioni. Le stime sul numero dei detenuti variano sensibilmente: da circa 180 fino a 900 uomini, secondo informazioni circolate sui media locali e regionali. I soldati appartengono a un contingente di circa 3.000 reclute presenti nel campo di Hanano, nello stato del Galmudug, in Somalia centrale. Secondo alcune ricostruzioni, i militari si trovavano a bordo di un convoglio di veicoli noleggiati quando sono stati intercettati e trattenuti dalla polizia regionale etiope, per poi essere trasferiti nel capoluogo Jijiga. Né Addis Abeba né l’ambasciata somala in Etiopia hanno fornito, finora, una versione dettagliata dell’accaduto.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La versione di Mogadiscio: «erano in permesso autorizzato»

Il governo federale somalo ha confermato la presenza dei soldati nella Regione somala etiope, ma ha offerto una spiegazione di carattere logistico e di sicurezza interna. Il consigliere per la sicurezza nazionale, Aways Haji Yusuf, ha dichiarato che i militari erano in permesso autorizzato per far visita alle famiglie e avevano scelto la rotta attraverso l’Etiopia per evitare le strade controllate da al-Shabaab in Somalia. Questa ricostruzione spiegherebbe il motivo dell’attraversamento del confine, ma glissa su altri aspetti: la natura e la scala del programma di addestramento militare, l’origine dei finanziamenti e il destino previsto per i suoi “diplomati”. La dichiarazione di Yusuf, inoltre, non chiarisce se tra i reclutati vi fossero anche cittadini della Regione somala etiope, un dettaglio su cui alcune fonti locali hanno insistito.

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L’account “Voice of Horn”, attivo su X e seguito da osservatori regionali, sostiene che dietro il ci sarebbe l’Arabia Saudita e che nel complesso includa oltre 5.000 reclute somale. Secondo queste ricostruzioni, l’addestramento, diviso in cicli da 9 mesi, sarebbe condotto da contractor militari provenienti da Romania, Ucraina, Sudafrica e Colombia, in un quadro di cooperazione sempre più internazionalizzato. Alcune fonti aggiungono che tra gli istruttori figurerebbero anche militari sudanesi, già presenti nei campi del Galmudug prima dell’accordo saudita. L’iniziativa rientrerebbe in un accordo di cooperazione militare firmato a febbraio 2026 tra Riad e Mogadiscio. Una delegazione militare saudita avrebbe visitato a fine giugno due campi di addestramento nella zona di Guri El, nel Galmudug, confermando, stando ai media locali, il ruolo di finanziatore e supervisore politico del programma.

Il nodo Sudan: reclute preparate per i fronti di Khartoum?

L’aspetto più delicato delle rivelazioni legate a Jijiga riguarda il possibile impiego di queste forze in Sudan. “Voice of Horn” e altri media regionali, tra cui “BML Daily” e “The Standard” del Kenya, riportano che parte delle reclute addestrate nel Galmudug sarebbe destinata, in una fase successiva, a essere impiegata in Sudan a fianco delle Forze armate sudanesi. Queste accuse, al momento, non sono state confermate in modo indipendente e non esistono prove che i soldati detenuti a Jijiga fossero diretti in Sudan. Tuttavia, l’incidente riapre una domanda già sollevata da mesi: dove sono finite le coorti precedenti di reclute uscite dai campi di addestramento? Alcune fonti collegano il programma a reti di reclutamento transfrontaliero che opererebbero per rafforzare l’esercito sudanese. “The Sudan Times” ha valutato che la prosecuzione dei combattimenti abbia permesso a queste reti di consolidare la propria presenza, collegando il reclutamento dall’estero agli sforzi di Khartoum per rimpolpare le file delle Saf. Nessuna delle parti coinvolte ha commentato ufficialmente queste accuse.

Il reclutamento si allarga: anche minori dal Tigray

Il file del reclutamento per la guerra in Sudan non riguarda solo la Somalia. In Etiopia, “Addis Standard” ha riportato le dichiarazioni del primo ministro Abiy Ahmed, che il 7 luglio aveva denunciato davanti al Parlamento l’esistenza di reti che prendono di mira giovani del Tigray, inclusi minori, per inviarli a combattere in Sudan, sfruttando le loro condizioni umanitarie ed economiche. La detenzione di Jijiga, in questa prospettiva, non appare come un episodio isolato, ma come un tassello di una dinamica regionale più ampia. L’incidente di Jijiga non dimostrato l’esistenza di un “pipeline” militare saudita-somala diretta in Sudan, ma espone un vuoto informativo di grandi dimensioni: il mandato e la destinazione finale di migliaia di reclute il cui addestramento sarebbe finanziato da un attore regionale chiave come l’Arabia Saudita. La presenza di istruttori sudanesi nei campi del Galmudug, documentata da alcune inchieste, rappresenta al momento il legame più tangibile tra l’addestramento in Somalia e il conflitto in Sudan. In attesa di versioni ufficiali più dettagliate da Addis Abeba, Mogadiscio e Riad, Jijiga resta il simbolo di un dossier aperto.

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