Olanda

Fenix, l’emigrazione diventa arte nel nuovo museo di Rotterdam

Dominato da un Tornado d’acciaio e diventato simbolo del movimento «New Dutch», l’iconico edificio racconta storie di addii, di viaggi e di nuove vite

di Enrico Marro

L’ingresso del Fenix, dominato dal Tornado di 30 metri.

5' di lettura

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Il maestoso Tornado elicoidale in acciaio s’innalza al suolo con la sua possente doppia scalinata, che s’intreccia e poi sfonda il tetto in vetro, volando in cielo a 30 metri sulla piattaforma panoramica che abbraccia il porto, i grattacieli, la Mosa.

Nuova icona New Dutch

Fenix è il nuovo fiore all’occhiello di Rotterdam, ardita icona della skyline un po’ newyorchese del primo porto d’Europa ma anche emblema del nuovo movimento New Dutch: lo specchio di un’Olanda fatta non solo di tulipani e mulini a vento ma anche di design, tecnologia, innovazione, sete di futuro.

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Fenix è stato costruito in otto anni di lavoro all’interno del magazzino portuale San Francisco, fino a pochi anni fa abbandonato ma negli anni Venti uno dei più grandi al mondo (foto di Iwan Baan).

Nel magazzino più grande del mondo

Proprio come una Fenice, il nuovo art museum dedicato all’emigrazione risorge dalle ceneri dello storico magazzino portuale San Francisco (fino a pochi anni fa abbandonato, ma negli anni Venti uno dei più grandi al mondo) raccontando centinaia di storie di addii, di nuove vite, di scoperte e di avventure.

La doppia scalinata esterna del Tornado, che porta alla piattaforma panoramica a 30 metri da terra (foto di Iwan Baan).

La matita di Ma Yansong

Costruito in otto anni e visitato da 100mila persone in appena due mesi dall’apertura, è il primo progetto culturale europeo del celebre MAD Architects studios di Pechino (struttura e Tornado sgorgano dalla penna dell’archistar Ma Yansong), mentre il restauro del magazzino è stato curato da Bureau Polderman.

Il progetto si deve alla Fondazione privata Droom en Daad, creata nel 2016 e che in questo momento gestisce sei-sette progetti diversi.

Ma Yansong, l’archistar cinese che ha fondato MAD Architects Studio. Fenix è il suo primo progetto culturale in Europa.

I numeri di Fenix

Qualche numero: Fenix si estende per 16mila metri quadrati su due piani di superficie nel punto esatto dove milioni di europei salparono per le Americhe con la Holland America Line (tra loro Albert Einstein, Willem de Kooning e Max Beckmann), con una facciata lunga 172 metri.

Oltre 10mila metri quadrati sono liberamente accessibili come spazio pubblico, circa 6mila sono invece riservati alle esposizioni permanenti e temporanee.

Questa immagine del 1925 mostra l’attracco di un transatlantico al magazzino San Francisco, il luogo dove oggi sorge Fenix (foto Rotterdam City Archives).

Fenix e gli altri

Il paragone con gli altri musei dell’emigrazione europei (il Red Star Line di Anversa, il BallinStadt di Amburgo e il pluripremiato Epic di Dublino) è fuorviante.

Fenix gioca su un piano diverso: quello dell’art museum.

«Il nostro obiettivo non è tanto ricostruire l’esperienza dell’emigrazione – spiega al Sole 24 Ore la direttrice Anne Kremers - ma indurre attraverso l’arte alla riflessione su questo fenomeno, che provoca grandi emozioni».

Anne Kremers, direttrice del Fenix: «Vogliamo raccontare le emozioni legate alle migrazioni attraverso l’arte» (foto di Sylvana Lansu).

Tre piani di sorprese

L’enorme spazio di Fenix è diviso in tre piani.

Al piano terra abbiamo Plein, la “piazza urbana” coperta aperta al pubblico e pronta a ospitare eventi e manifestazioni, alle cui estremità troviamo la splendida mostra fotografica “The Family of Migrants” e l’intrigante installazione “The Suitcase Labyrinth”.

Al primo piano, un enorme spazio espositivo accoglie la permanente “All Directions” e le future temporanee.

Un’immagine notturna del Fenix visto dal centro di Rotterdam (foto di Gregg Telussa).

C’è poi il Tornado, metafora del viaggio dei migranti, a metà tra installazione artistica ed elemento architettonico, che si erge dal piano terra fino alla piattaforma panoramica a 30 metri di altezza.

La doppia elica in acciaio e legno copre uno spazio di 550 metri, con una scalinata di 336 gradini fatti di 12.500 tavole di legno, ricoperta da 297 pannelli d’acciaio (per 4mila metri quadrati complessivi di superficie metallica) costruiti a Groningen con una lucidatura di circa 100 ore.

Per la cronaca, in Olanda è subito diventato il re di Instagram.

The Family of Migrants

Ma andiamo alle mostre. Iniziamo con “The Family of Migrants”, ispirata alla celebre “The Family of Man”, l’esposizione fotografica curata da Edward Steichen che debuttò al MoMA di New York nel 1955 e poi girò il mondo per otto anni attirando milioni di visitatori.

La mostra fotografica «The Family of Migrants», ispirata alla celebre «The Family of Man» inaugurata al MoMA nel 1955: oltre duecento scatti dal 1905 al 2025 per raccontare centinaia di storie di partenze, viaggi e arrivi (foto di Iwan Baan).

Anziché essere strutturata sul viaggio della vita come l’illustre antenata, “The Family of Migrants” si focalizza sulla migrazione nei suoi tre momenti chiave: partenza, viaggio e arrivo.

Dalla mostra fotografica «Family of Migrants»: un uomo cerca di entrare negli Stati Uniti saltando su un treno merci (foto di Alejandro Cegarra, Messico, 2023).

«La selezione cerca di raccontare in modo coinvolgente la storia umana dei migranti attraverso duecento foto storiche, scattate dal 1905 al 2025, con l’ambizione di creare una connessione emotiva tra il visitatore e i protagonisti degli scatti», spiega Hanneke Mantel, Head of Exhibitions and Collection.

Hanneke Mantel, Head of Exhibitions and Collection al Fenix: «Vogliamo creare una connessione emotiva tra i visitatori e i protagonisti delle foto esposte».

Dietro all’obiettivo degli scatti l’occhio di 136 fotografi, alcuni celebri come Alfred Stieglitz, Ruth Orkin, Ernest Cole, Lisette Model e Steve McCurry (quello della famosa bambina afghana del 1984), altri sconosciuti al debutto.

Dalla mostra fotografica «Family of Migrants»: una tredicenne afghana (foto di Steve McCurry, Pakistan, 1984, dettaglio).

Suitcase Labyrinth

Sempre al piano terra ecco il “Suitcase Labyrinth”, monumentale installazione interattiva con duemila valigie di ogni epoca donate da privati.

Un percorso labirintico in cui decine di bagagli raccontano, grazie all’audioguida, la loro storia e quella dei loro proprietari, dai rifugiati belgi della Grande Guerra agli immigrati degli anni Cinquanta dall’Indonesia.

«Suitcase Labyrinth», monumentale installazione interattiva con duemila valigie di ogni epoca che raccontano le loro storie grazie alle audioguide (foto di Iwan Baan).

All Directions: Art that Moves You

Al primo piano ecco invece l’enorme “All Directions: Art that Moves You”, con oltre 150 opere acquistate negli ultimi cinque anni dal Fenix: un percorso ampio e multimediale che spazia dal classico al contemporaneo attraverso i lavori (tra gli altri) di Francis Alÿs, Max Beckmann, Shilpa Gupta, William Kentridge, Steve McQueen, Adrian Paci, Bill Viola.

Dalla permanente «All Directions: Art that Moves You»: Red Grooms, «The Bus», 1995, Collezione Fenix (foto di Titia Hahne).

C’è il bus a grandezza naturale dell’americano Red Grooms, tutto in tessuto, la Peugeot 404 carica di bagagli della coreana Kimsooja e “Man in Wainscott”, dipinta nel 1969 a Long Island da Willem de Kooning, artista olandese che proprio dalle banchine di Rotterdam salpò verso il Nuovo Mondo.

Dalla permanente «All Directions: Art that Moves You»: un frame del video di Adrian Paci «Centro di Permanenza Temporanea», 2007, Collezione Fenix.

Il movimento New Dutch

Fenix è una delle icone di New Dutch, il movimento lanciato nel 2017 con un post su Instagram da Erik van Gerwen, responsabile press & media internazionali di Eindhoven365, l’ente di promozione turistica della città tech dove nacquero Philips e il colosso mondiale dei chip Asml.

Erik van Gerwen, responsabile press & media internazionali di Eindhoven365 e fondatore del movimento New Dutch: «Vogliamo raccontare la storia non solo dell’Olanda del passato, ma anche di quella del presente e del futuro, completando lo storytelling tradizionale del nostro Paese (foto di Wouter Kooken).

«L’idea è quella di raccontare un’altra Olanda – spiega van Gerwen – diversa dal consueto cliché fatto di tulipani e mulini a vento: mettere a punto uno storytelling inedito in grado di mostrare l’anima moderna, tecnologica e creativa dei Paesi Bassi, costruita su un approccio “out of the box” fatto di pensiero libero e imprenditorialità».

L’inaugurazione nel 2021 del Boijmans Van Beuningen Depot di Rotterdam, uno dei simboli del movimento New Dutch (foto di Nathan Reinds).

Specchio della nuova Olanda

New Dutch, che Erik van Gerwen ha sviluppato assieme a Kim Heinen di Rotterdam Partners, non mira ad attrarre il turismo mainstream convenzionale, ma una nicchia dal palato fine capace di apprezzare città come Rotterdam e Eindhoven, oltre che l’anima innovativa di altri centri.

La Dutch Design Week di Eindhoven, il più grande evento di design del Nord Europa, un’altra delle icone New Dutch (foto di Cleo Goossens).

Una nuova filosofia di comunicazione dell’Olanda che alla fine ha convinto tutti: oggi sono 16 le città e regioni che aderiscono a New Dutch, assieme all’ente nazionale del turismo olandese (NTBC) e a quello business (RVO).

«New Dutch racconta la storia dell’Olanda del presente e del futuro – riassume van Gerwen - completando lo storytelling tradizionale del nostro Paese».

Glow, il Festival delle Luci di Eindhoven (foto di Bart van Overbeeke).

Il BioArt Village di Eindhoven

Il Depot o il Fenix di Rotterdam, ma anche la Dutch Design Week e il festival delle luci Glow di Eindhoven, sono ottimi esempi della filosofia New Dutch.

Così come il meno conosciuto BioArt Village, iconico luogo che ispita un’organizzazione internazionale no profit guidata dalla vulcanica imprenditrice ed artista Jalila Essaïdi.

Uno scorcio del BioArt Lab di Eindhoven, ospitato su 1,5 ettari in un complesso di bunker tedeschi della seconda guerra mondiale: è un centro mondiale dove ricerca scientifica e arte si sposano nel nome della simbosi con la natura.

Bulletproof Skin

Jalila a suo tempo creò il celebre “Bulletproof Skin”, progetto di bioingegneria in grado di creare un giubbotto antiproiettile naturale combinando tela di ragno e pelle umana (testato, ha bloccato proiettili sparati da breve distanza).

Al brevetto era interessata l’Us Army, ma Jalila ha preferito cederlo per finalità mediche come la cura delle ustioni o delle piaghe da decubito.

Jalila Essaïdi, fondatrice del BioArt Village e in passato creatrice del famoso progetto di bioingegneria “Bulletproof Skin”, a cui si interessò anche l’Us Army: «I BioArt Lab sono un grande esperimento di social innovation nel nome della simbosi tra natura, arte e uomo» (foto di Vincent van den Hoogen).

Negli ex bunker tedeschi

Ma torniamo al BioArt Village: si trova in un bosco alle porte di Eindhoven ospitato in un ex complesso militare tedesco della seconda guerra mondiale con cinque bunker “travestiti” da fattorie olandesi.

Si estende su 1,5 ettari che rappresentano un punto d’attrazione mondiale per scienziati, studenti e artisti di tutto il mondo nel nome della simbiosi tra natura, arte e uomo.

Il BioArt Village vanta partnership con il MIT di Boston e con Symbiotica, il centro di ricerca australiano, ed è meta di progetti internazionali di ogni tipo.

Partnership con il Mit e Symbiotica

Il “Village” vanta partnership con il MIT di Boston e con Symbiotica, il centro di ricerca australiano, ed è meta di progetti internazionali di ogni tipo, dal volontariato dei giovani attraverso l’European Solidarity Corps Program (dal 2021) a mostre di arte e design, fino al team building con ingegneri di Philips e Asml.

Oltre a scienziati e artisti, i BioArt Lab attirano giovani volontari attraverso l’European Solidarity Corps Program, assieme a progetti con Philips e Asml (foto Studio Heinrich).

«Si tratta di un grande esperimento di social innovation – spiega Jalila Essaïdi al Sole 24 Ore – a metà tra arte, artigianato, sperimentazione, education e scambi internazionali».

«A Simple Line», dettaglio di un’opera di Jalila Essaïdi (2015).

Anche grazie a luoghi come il BioArt Village, New Dutch sta oltrepassando i confini del semplice turismo: oltre ai viaggiatori, il progetto sta attirando in Olanda talenti, investitori illuminati e imprenditori innovativi. Tutti affamati di futuro.

(Ha collaborato Beda Romano)

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