Milano moda donna/2

Fendi rinnovato e rigoroso, il rifugio romantico di Marras

“Meno io, più noi”, afferma Maria Grazia Chiuri al debutto nella maison romana. Nella seconda giornata di sfilate anche l’essenzialità piena di tensione di Simone Bellotti per Jil Sander, i look anni 80 di Alberto Caliri per Missoni

di Angelo Flaccavento

(AP Photo/Luca Bruno)

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Il secondo giorno di sfilate milanesi è momento di debutti, conferme, ritorni a casa, ripartenze. Reduce dai successi di Dior, Maria Grazia Chiuri esordisce alla direzione creativa di Fendi avendo in realtà molta familiarità con la maison romana, dove aveva compiuto la sua prima esperienza professionale, rimanendo per dieci anni, dal 1989 al 1999.

Fendi, la collezione per l’AI 26-27

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«Sono andata via poco prima della vendita a Lvmh», ricorda snocciolando aneddoti sul clima unico che si respirava in quegli uffici, fatto di libertà e apertura alla sperimentazione, ma anche di avvedutezza commerciale. Tutte qualità che lei stessa possiede, e che può esercitare adesso con piglio decisionista, essendo al posto di comando - per mandato, appunto, di Lvmh. In questo senso il nuovo slogan collegiale “meno io, più noi”», seppur accattivante, suona un po’ troppo facile: abbattere l’ego nelle stanze della moda è pio desiderio. Il pragmatismo, e una invidiabile chiarezza di visione, sono la vera forza di Chiuri. Il suo Fendi, presentato in modalità co-ed, immaginando per molti aspetti un guardaroba condiviso tra lei e lui, con tanto tailoring e pantaloni cargo dal sapore lesbo-chic, non sorprende, ma convince.

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La donna, in particolare, è la stessa che Chiuri aveva immaginato per Dior, ma riletta in chiave romana, ossia privata delle pompose rigidità e delle pose da madame di Avenue Montaigne per guadagnare una sana sensualità, una mollezza sorniona. Certo, dilaga il nero, scompaiono eccentricità e sogno ma l’amalgama funziona come un buon prodotto. Convince meno l’insistenza sulle collaborazioni artistiche al femminile, ampiamente sperimentate da Dior.

Jil Sander, la collezione per l’AI 26-27

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Giunto alla seconda prova, Simone Bellotti, da Jil Sander, mette a fuoco con maggior coraggio la sua personale idea di maison basata sul riduzionismo nel contesto della moda di oggi, fatto di linguaggi porosi e formule delle quali in molti si appropriano in maniera sovente surrettizia. Rinuncia alla purezza clinica, ma forse impersonale, della collezione di esordio per esplorare una serie di personalissime contraddizioni riassunte dall’interrogativo: può il superfluo essere essenziale? La risposta è affermativa. Ecco allora una alternanza di silhouette dure e maschili e torsioni femminili; il movimento ondeggiante creato dal tessuto in eccesso e il lampeggiare del corpo attraverso fenditure verticali su gonne e abiti. Si avverte una tensione sottile, che elettrizza il tutto di un vibrare sedizioso pronto ormai a dilagare, scardinando il purismo asettico.

Marras, la collezione per l’AI 26-27

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Antonio Marras è un eterno nostalgico: è tra le cose vecchie, in soffitta, che trova lo spunto per immaginare il nuovo, vestendo donne dalla allure malinconica e cinematografica, che paiono uscite da un film degli anni 40. È tutto un fiorite di rose selvatiche, con metafora immediata a seguire: delicatezza spinosa, aculei che proteggono ciò che è fragile e delicato. In altre parole: puro Marras.

Missoni, la collezione per l’AI 26-27

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Le mani in tasca: è così che avanzano le donne Missoni, e che siano vestite da uomo, con due cappotti sovrapposti, le sciarpe ciondolanti, i pantaloni con le pince, o che incedano in abiti dai sopra blusanti e le gonne longuette incollate alle gambe, non fa la differenza. Giunto alla terza prova, Alberto Caliri parla chiaro. Continua ad insistere sull’idea di Missoni come look, riflettendo in modo fattivo su una estetica androgina per definizione, essendo nata dal dialogo creativo di una coppia, Ottavio e Rosita Missoni. Gli anni 80 si sentono forti e chiari, e non è un male.

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