Extraprofitti, è scattato il conto alla rovescia per le modifiche. Da Fi a Meloni: tutte le posizioni
Giovedì 14 settembre scade il termine per gli emendamenti al provvedimento. Forza Italia in pressing per attenuare la stretta sulle banche più piccole, altrimenti troppo penalizzate rispetto ai grandi istituti, ma Fdi e Lega difendono la norma
di Andrea Carli
4' di lettura
I punti chiave
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La data da cerchiare con il pennarello rosso in agenda è il 14 settembre. Giovedì scadrà il termine per gli emendamenti al decreto Asset o “Omnibus” da parte delle commissioni riunite Ambiente e Industria del Senato (fissato inizialmente per mercoledì). E una delle misure in pancia al provvedimento è quella sugli extraprofitti. Tra le più contestate, in questo passaggio parlamentare andranno a delinearsi le modifiche che permetteranno di limitare l’impatto sulle banche. Il provvedimento è nel calendario dei lavori dell’aula dal 26 al 28 settembre. Intanto i partiti affilano le armi in vista di una legge di bilancio che già sulla carta offre loro ben pochi margini di manovra.
La carta di una aliquota minima sulle multinazionali
Ma nel mirino è soprattutto la tassa straordinaria sugli extraprofitti. La soluzione dovrebbe fruttare 3,8 miliardi (che dovrebbero andare a rifinanziare il fondo mutui prima casa per gli under 36 probabilmente in manovra). Ma un eventuale alleggerimento nella fase dell’esame parlamentare rischia di ridurre anche i potenziali incassi per lo Stato. In questo scenario, a “portare acqua” al mulino della manovra potrebbe essere una nuova fonte: il governo sarebbe infatti pronto a presentare al Parlamento un provvedimento, un decreto attuativo della delega fiscale che, in linea con la direttiva Ue, introdurrebbe anche in Italia un’aliquota minima sulle multinazionali. L’obiettivo è fare in modo che qualsiasi grande gruppo nazionale o estero attivo in più Paesi, di carattere industriale, commerciale o digitale, paghi un’imposta effettiva di almeno il 15%. Percentuale che spesso non viene raggiunta per detrazioni o crediti d’imposta che riducono la base imponibile (o che per i colossi del web si ferma con la cosiddetta Google tax al 3%). Questa mossa consentirebbe di garantire alla prossima legge di Bilancio, che si dovrebbe assestare sui trenta miliardi, quelle risorse che verrebbero a mancare da una attenuazione della stretta sugli extraprofitti bancari.
Che cosa prevede il decreto
Il decreto prevede una imposta straordinaria eccezionale una tantum a carico delle banche. È un’aliquota del 40% sull’incremento del margine di interesse di cui alla voce 30 del conto economico rispetto al margine di interesse nell’esercizio antecedente a quello in corso al 1 gennaio 2022. L’una tantum non può andare oltre la soglia dello 0,1% del totale dell’attivo relativo all’esercizio antecedente a quello in corso al 1 gennaio 2023. Il tributo va versato nel 2024.
Giorgetti assicura: la norma migliorerà
Il decreto asset tocca più ambiti. È un contenitore omnibus in cui sono inserite, oltre alla stretta fiscale sugli extraprofitti delle banche, le misure contro il caro voli, sui taxi, sul granchio blu. Intervenuto al Forum Ambrosetti di Cernobbio, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha aperto alla possibilità di modificare la norma nella parta che riguarda gli extraprofitti, rassicurando che «migliorerà» e che i cambiamenti sono già in via di definizione sulla falsariga di quanto annunciato nella stessa sede dal vicepremier Antonio Tajani. L’ esecutivo starebbe ragionando a una modifica della base imponibile, escludendo gli interessi relativi ai titoli di Stato e usando gli RWA delle banche, ossia le attività ponderate per il rischio, al posto degli asset totali.
Il pressing di Forza Italia per attenuare la stretta
A farsi interprete per prima delle istanze del mondo bancario è stata infatti proprio Forza Italia che punta su quattro priorità. Innanzitutto specificare con esattezza che la norma è solo una tantum, non replicabile negli anni successivi, poi escludere dalla tassazione i titoli di Stato in pancia alle banche, introdurre la deducibilità della tassa - probabilmente non totale ma, secondo indiscrezioni degli ultimi giorni, al 50% - e infine calibrare attentamente il prelievo in modo da rispettare le specificità delle banche più piccole, altrimenti troppo penalizzate rispetto ai grandi istituti. E per quanto riguarda la “disparità di trattamento”, qualche dubbio sulla misura è stato del resto sollevato anche dai tecnici del Senato che, come di consueto, hanno valutato l’impatto finanziario del decreto. Il Servizio bilancio di Palazzo Madama ha invitato a prendere in considerazione «un possibile rischio legato all’eventuale incompatibilità costituzionale della disposizione» (come fu il caso della Robin tax).







