Italia

Export in bilico, merce bloccata, listini al rialzo: tempesta sull’industria

Sburlati (Confindustria Moda): «Prevedibile un altro anno in calo». Bettini (Federmeccanica): «Inevitabile tagliare le nostre stime 2026»

di Luca Orlando

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Un crollo del 48% per l’area fashion, del 20% per gli altri settori.

I numeri di marzo delle spedizioni aeree di Dhl Italia verso il Medio Oriente sono eloquenti e offrono una prima stima di impatto del caos generato dall’attacco di Usa e Israele all’Iran. Effetti pervasivi, che in un solo mese si sono già riverberati nell’intero sistema produttivo, tra strozzature logistiche, riduzione dei volumi diretti verso l’estero e balzo dei listini, che inizia già a trasferirsi a valle.

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Pressione sui margini

«Per noi che realizziamo vetro - spiega l’ad di Vetri Speciali Osvaldo Camarin - l’energia vale il 30% dei costi. Già nel primo trimestre i nostri margini si sono ridotti del 5%, una situazione insostenibile. E se nulla cambia, dopo Pasqua gli aumenti saranno inevitabili, pur in presenza di una domanda che non è per nulla tonica».

«L’alluminio con cui lavoriamo - spiega l’ad di Ghial (fonderia) Angelo Ghidoni - è aumentato almeno del 20%, così come in aumento deciso è l’energia. Per trasferire a valle gli aumenti serviranno 3-6 mesi e nel frattempo i danni sui margini sono evidenti».

Aumenti che colpiscono anche le spedizioni, con i noli già lievitati almeno del 30% e i vettori alternativi ovviamente più cari. «Non potendo transitare nell’area - spiega l’ad di Igor (primo produttore italiano di Gorgonzola) Fabio Leonardi - in alcuni mercati stiamo spedendo per via aerea: ma se via nave il costo era di 50 centesimi al chilo, ora siamo a cinque euro. E questo chiaramente crea problemi alla competitività dei nostri prodotti sui mercati, che per il consumatore finale iniziano a diventare carissimi».

Strozzature logistiche che valgono anche in senso contrario, con numerose aziende costrette a fare i conti con scorte limitate. «Un produttore di cavi nostro associato - spiega il presidente di Federmeccanica Simone Bettini - mi ha spiegato che se la situazione non si sblocca, in due settimane deve fermare la produzione. E poi ci sono i rincari dell’energia, che creano disastri per tutti: tra le aziende c’è ovviamente grande preoccupazione e sicuramente le nostre stime di categoria dovranno essere riviste al ribasso».

In termini macro lo hanno già fatto del resto in molti, tra Bce e Standard & Poor’s, Ocse, Bankitalia e Confindustria. Che nello scenario intermedio (guerra fino a giugno) vede nel 2026 un quasi azzeramento del Pil italiano e dei consumi, in presenza di un export in caduta, come del resto già accaduto a gennaio (-4,6%) anche prima di questa crisi.

Il peso del Golfo

«Per il nostro settore il Golfo era l’unico mercato positivo - commenta il presidente di Confindustria Moda Luca Sburlati - con un peso fino al 20% nei ricavi di alcune aziende: mercato che ora si è azzerato. Shock a cui si aggiunge la riduzione delle vendite tax free legate al turismo, crollato negli arrivi dall’Asia per lo stop degli hub in Medio Oriente. A questo si aggiunge l’aumento prospettico dei listini, che non farà bene alle vendite: per il settore è una tempesta perfetta e se la crisi non rientra a breve si rischia per noi un calo di almeno il 5-7%. Ecco perché, per non perdere il settore, chiediamo al governo immediate azioni di politica industriale».

Shock nell’area del Golfo che non danneggia solo l’export ma anche le nuove iniziative imprenditoriali. «A maggio - spiega l’ad di Omb (valvole per Oil & Gas) Fabio Brevi - avremmo dovuto aprire un’unità produttiva ad Abu Dhabi ma ovviamente ora è tutto fermo, si vedrà. E poi c’è il problema dei noli, che per noi salgono del 30% ma quando sono i clienti a organizzare il ritiro mi raccontano di grandi speculazioni, di transiti pagati 5mila dollari, dai 2mila precedenti».

La posizione geografica del cliente finale per il settore è oggi cruciale: se in qualche caso (pochi), chi produce in siti sicuri, vedendo il barile a 100 dollari chiede alle nostre aziende di accelerare al massimo la spedizione per iniziare a produrre il prima possibile, chi al contrario opera con infrastrutture energetiche a “portata” di missile iraniano invoca la causa di forza maggiore e non ritira i prodotti già pronti, evitando quindi di saldare il pagamento finale. Nel caso di Starline, Pmi che realizza il 70% dei ricavi in Medio Oriente, la merce bloccata valeva 6 milioni a metà marzo, cifra lievitata a nove milioni ora.

Riduzioni dei volumi

Le stime di riduzione dei volumi alla luce dello shock sono le più varie, con i rischi maggiori ipotizzati per i settori energivori, come ad esempio le piastrelle. «Una riduzione del 10-15% è ragionevole ipotizzarla - spiega il presidente di Confindustria Ceramica Augusto Ciarrocchi - anche perché noi siamo colpiti due volte: da un lato per i rincari del gas, dall’altro per il venire meno di un mercato per noi dinamico nel 2025, quello dei paesi del Golfo».

Mercato non marginale, che nel caso dell’area del legno-arredo vale il 7%, oltre un miliardo di vendite nel 2025. «Il rallentamento della logistica - spiega il presidente di FederlegnoArredo Claudio Feltrin - genera ritardi nelle consegne e la merce in qualche caso resta bloccata in azienda, anche se in parte è già stata pagata. Sugli ordini nuovi dell’area è invece visibile un rallentamento».

«L’export è in difficoltà - aggiunge il presidente di Ucimu Riccardo Rosa - ma proprio ora, nel momento in cui servirebbe la spinta del mercato interno, la mancanza dei decreti attuativi dei nuovi bonus 5.0 sta ingessando la domanda: tutti noi produttori abbiamo ordini congelati, io stesso per almeno 3-4 milioni di euro. L’incertezza, come sempre, è il primo nemico degli investimenti».

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